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Anna Rita Leoncavallo, responsabile della Struttura semplice di Prevenzione e Screening delle complicanze croniche del diabete, presso la Struttura complessa di Diabetologia dell’Ospedale oftalmico di Torino.
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Tre passi in equilibrio
Un po’ di movimento fisico, mangiare in modo più sano, gestire in modo maturo il proprio diabete sono piccoe cose che aiutano a migliorare le glicemie e la salute.
Il misuratore della glicemia non è un orologio…
Prendiamo l’automonitoraggio della glicemia per esempio. «Di rado oggi le persone con diabete hanno difficoltà a utilizzare gli strumenti per il controllo della glicemia, soprattutto quando sono stati prescritti in modo specifico dal Team diabetologico, che sa scegliere il modello più adatto alle caratteristiche di quello specifico paziente e all’utilizzo che ne deve fare: occorre però imparare a utilizzarlo al meglio», spiega Giovanni Mileti, responsabile della Unità operativa di Medicina e Lungodegenza presso gli ospedali di Fasano e Cisternino in provincia di Brindisi.
Mileti prosegue in modo molto chiaro: «Il misuratore della glicemia non è un orologio. Non serve a dare una informazione valida solo in quel momento. Aiuta invece la persona con diabete a ragionare, a calibrare le sue scelte identificando le esperienze di successo». Questo non si può fare misurando raramente la glicemia e, magari, facendolo sempre alla stessa ora. Meglio fare delle ‘coppie’, misurando la glicemia prima e dopo qualunque attività capace di alterarla: esercizio fisico, o alimentazione. Considerando la differenza fra il prima e il dopo, la persona con diabete può capire molte cose o, perlomeno, porsi delle domande.
… e nemmeno è un giudice.
Mileti si impegna per spiegare ai suoi pazienti i principi di quello che negli USA chiamano ‘smart testing’. Non misurare sempre, ma misurare tutto.
«Soprattutto non bisogna considerare il misuratore della glicemia come un giudice, ma come uno strumento che aiuta a capire di più. Aiuta il paziente in una prima fase a trovare gli stili di vita ideali e aiuta il medico a tenere traccia dei miglioramenti, mettendo a punto la terapia».
Oggi i misuratori della glicemia più avanzati non solo memorizzano centinaia di dati, comprensivi di giorno e ora, ma possono scaricarli con apposite interfacce su PC ed elaborarli in modo da ottenere ‘diari’ chiari e grafici che aiutano il diabetologo e la persona con diabete a capire sempre meglio l’impatto delle scelte di vita e della terapia. «Oggi il diabetologo ha a disposizione molti farmaci, ciascuno dei quali si adatta a un certo tipo di profilo glicemico medio: è necessario avere molti dati, non una glicemia qua e là per scegliere la terapia più adatta a quel singolo paziente», insiste Mileti.
Mangiare meno o mangiare meglio?
Sarebbe sbagliato pensare che la persona con diabete non sia disposta a modificare le sue scelte in campo alimentare.
«È pronta a fare molto, purtroppo però è mossa dall’illusione di ottenere risultati significativi con diete da seguire solo per periodi di tempo brevi e circoscritti», spiega Anna Rita Leoncavallo: le diete del tipo ‘Sette chili in dieci giorni’ assolutamente controproducenti e pericolose, oltre che inefficaci. Il diabete è una condizione ‘cronica’ che richiede soluzioni sostenibili come si dice oggi.
«Il cambiamento può essere graduale e limitato ma deve essere continuativo», spiega la Leoncavallo, «occorre quindi una modifica delle abitudini e questo non è affatto semplice perché il cibo non è solo una fonte di energia, è uno sfogo dell’ansia, un modo per regalarci piccole soddisfazioni, per condividere dei piaceri... è insomma ricco di valenze emotive».
«In fondo anche una riduzione del 5-10% del peso, se è duratura, ha già dei risultati metabolici», conferma Anna Rita Leoncavallo la quale, per esempio, consiglia ai pazienti di evitare le bibite zuccherate, «con poco sacrificio si ottengono già dei buoni risultati», continua, «lo stesso avviene riducendo cibi come i formaggi, che vengono magari proposti come ‘magri’ ma hanno un contenuto di grassi nettamente superiore a quello della carne e, ancor più, del pesce». Così, pian piano, sempre rimanendo all’interno delle preferenze alimentari della persona con diabete, si riescono a raggiungere dei risultati che a loro volta danno l’impulso per fare di più.
«Come tutti i medici, imparo molto dai miei pazienti e mi rendo conto che cambiare le abitudini di vita delle persone è un compito assai difficile. Lottiamo contro tutto e tutti: la pubblicità, i media che magari dopo una trasmissione sui pericoli dell’obesità trasmettono un programma su come farcire un tacchino. Insomma, noi e le persone con diabete che hanno deciso di andare contro tutto questo e intraprendere un modo di vita salutare, siamo come Davide contro il gigante Golia. Però, la storia ci insegna che alla fine Davide... ha vinto!».
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Ultima modifica: ottobre 2009
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