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A cosa serve l’Associazione
Entrare a contatto con persone con diabete aiuta la persona con diabete o chi le sta vicino a capire meglio lo stile di vita da adottare.
Parlarne è importante.
Delle sue vere ansie la persona con diabete parla difficilmente, «è raro che si apra, almeno all’inizio, non puoi aspettarti che ti dica davvero cosa pensa e cosa fa», conferma Papaleo, o che ponga le domande che davvero gli stanno a cuore: per esempio la disfunzione erettile o la paura che il suo problema sia ‘trasmesso’ a figli e nipoti. Col tempo però, e con la frequentazione, i timori si sciolgono. «È un’ansia che si alimenta del silenzio e che si traduce in una finta indifferenza. Invece, in associazione, si parla, si è invitati a confrontarsi e nel dialogo le paure si disperdono, facendo spazio a problemi reali e a come possono essere risolti» continua Papaleo, «dalla vita di ogni giorno ai problemi sociali e burocratici sul lavoro, con la scuola, relativi alla patente di guida, ai congedi parentali e così via».
Questo è l’aspetto forse più importante di un’Associazione, a pari merito con il ruolo che questi sodalizi svolgono nel rappresentare alle istituzioni (Asl, Regione, governo centrale) le esigenze delle persone con diabete. «La socializzazione è importante anche al di là dei contenuti», ammette Rita Stara fra le fondatrici di Diabete Forum, «per quanto preziose possano essere le informazioni messe a disposizione dall’Associazione negli incontri individuali, nei corsi e nelle conferenze tenute – spesso con entusiasmo – dai diabetologi, «la cosa più importante è la socializzazione», ammette la Stara e questo è giusto. «Il diabete di tipo 1 è una condizione relativamente rara. Al di fuori dell’Associa-zione è difficile conoscere un coetaneo o un altro genitore con il tuo stesso problema».
Non a caso le iniziative delle associazioni danno sempre largo spazio all’interazione fra i soci. Le chiacchierate a ruota libera a tavola, quelle più riservate tenute a piccoli gruppi o gli incontri in cui invece scorre la conversazione libera. L’ALAD per esempio è stata una delle prime a sperimentare iniziative apparentemente prive di un contenuto
educativo: una passeggiata nei boschi, una cena, la visita a un museo… «Sembra che rispondano solo a una esigenza di socializzazione, peraltro presente», commenta Pa-paleo, «ma alla fine ci sono dei messaggi che ‘passano’: guarda
come è bello fare esercizio fisico o tenere sveglia la mente, o come si può mangiare bene e in modo sano».
L’esempio che conta.
Le informazioni e le sensazioni che la persona con diabete o il genitore riceve in associazione da altre persone nella sua stessa condizione si integrano bene con quelle fornite dal Team. «Il medico fa bene a dire “Guarda che se riusciamo a raggiungere insieme questi obiettivi avrai una vita ‘normale’, lunga e libera da complicanze”. Ma se lo stesso discorso lo fa una persona che ha il diabete come te, magari da più tempo, magari ha trenta anni più di te e lo vedi che sta benissimo, beh, sarà più facile credergli», nota Roberto Cocci.
Del resto questo avviene un po’ in tutti i campi: «Viviamo in una società dell’apparire in cui è più importante la comunicazione visiva che l’ascolto. L’esempio personale dell’amico che incontri in Associazione vale quanto un manuale sul diabete», conclude Antonio Papaleo.
«Se poi questo amico ha anche un ruolo riconosciuto quale ‘Tutor’ o ‘Diabetico guida’», come già avviene a Prato e in altre realtà, «la sua funzione acquisisce ulteriore valore e credibilità e questo è uno degli obiettivi che l’ALAD-FAND di Basilicata si sta impegnando a realizzare d’intesa con le Istituzioni», conclude Papaleo.
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Ultima modifica: ottobre 2009
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