 |

Luigi Uccioli, docente di Endocrinologia all’Università di Roma Tor Vergata. Ha diretto il Gruppo di studio sul Piede diabetico della Società italiana di diabetologia.
|
Restare in gamba
Le arterie che portano sangue alla gamba e al piede possono ostruirsi. Se questo accade, ai dolori si associa un importante rischio cardiovascolare e la difficoltà di guarire ulcere e infezioni al piede.
Chiamiamola AOP. È più breve del nome completo (arteriopatia obliterante periferica), che è poi solo uno dei tanti utilizzati per definire questa forma di aterosclerosi (vedere box Dizionario dei sinonimi), che colpisce le arterie che portano il sangue alla gamba e al piede.
L’arteriopatia nella popolazione generale, diabetica e non diabetica, è rara prima dei 45 anni (una persona su 160), ma frequente oltre i 65 anni (una persona su 10). Non è una complicanza del diabete ma è due volte più frequente nelle persone con diabete. La AOP è una delle manifestazioni principali dell’aterosclerosi, la chiusura progressiva delle arterie che o-struisce il passaggio del sangue.
Tutti conoscono e temono l’aterosclerosi per le sue possibili conseguenze sul cuore (il flusso di sangue al muscolo cardiaco si riduce provocando ischemie e infarti), o sul cervello (scarso afflusso di sangue al cervello o rilascio di trombi che provocano ictus). «In realtà, insieme alla aterosclerosi alle coronarie – soprattutto nella persona con diabete – facilmente troviamo anche una occlusione delle arterie della gamba e delle arterie che portano sangue al cervello e viceversa», afferma Giuseppe Armentano, direttore del Gruppo di studio Vascolare dell’Associazione medici diabetologi, «metà delle persone con diabete associano all’AOP una coronaropatia, un quarto anche una occlusione delle carotidi».
L’AOP ha un sintomo chiaro e frequente: la cosiddetta ‘claudicatio intermittens’. In pratica ogni volta che percorre alcune decine di passi, la persona con arteriopatia sente un dolore, simile a un crampo, al polpaccio, alla coscia, ai glutei o nella zona immediatamente superiore al gluteo. Il dolore si riduce semplicemente fermandosi per alcuni minuti.
Questo è importante.
Se il dolore si rileva solo dopo aver percorso una certa distanza e passa sempre e velocemente anche solo fermandosi e restando in piedi, allora si tratta di ‘claudicatio intermittens’ e quindi di arteriopatia. Se invece il dolore si riduce solo se il paziente si siede o si sdraia o se si manifesta anche o soprattutto all’inizio dello sforzo, per esempio quando ci si alza dalla sedia, allora la sua origine sarà più probabilmente muscolare, articolare o neurologica. «Il sintomo della claudicatio potrebbe non essere avvertito a causa della neuropatia che, come è noto, si manifesta con un’anestesia al dolore. O potrebbe non esserci in quanto l’organismo riesce a mantenere un precario equilibrio, comunque non bisogna attendere la comparsa del sintomo per diagnosticare l’arteriopatia periferica», interviene Luigi Uccioli, che ha diretto il Gruppo di studio Piede diabetico della Società italiana di diabetologia: «È importante diagnosticare l’arteriopatia periferica alla prima visita e periodicamente misurando la pressione alla caviglia e al braccio». Il rapporto fra la pressione massima alla caviglia e al braccio, il cosiddetto ABI, anche qui i sinonimi fioccano, è l’indice che permette di diagnosticare e di seguire nella maggior parte dei casi l’evoluzione dell’arteriopatia (vedere box a sinistra).
Più pressione alla caviglia
La pressione alla caviglia, soprattutto se il paziente è in piedi o seduto, dovrebbe essere superiore a quella riscontrata al livello del gomito perché il sangue affluisce più facilmente dal cuore verso il basso.
Considerando un margine di errore del 10-15% nella misurazione, si può anche accettare che la pressione sia eguale nei due punti. «Ma se la pressione alla caviglia è inferiore del 10% a quella riscontrata al braccio, (un indice ABI di 0,9) allora qualcosa non va. Molto probabilmente una o più occlusioni riducono il flusso del sangue nelle arterie che dal cuore portano al piede. Se la pressione alla caviglia scende verso la metà di quella al braccio (indice ABI 0,5) o se il paziente inizia a sentire dolori crampiformi anche a riposo, siamo davanti a una ischemia critica, una situazione molto seria», nota Francesco Mollo, responsabile del servizio di Diabetologia dell’ospedale di Rovigo. Per fortuna la AOP ha una evoluzione generalmente lenta. È vero che «nella persona con diabete l’arteriopatia si manifesta quasi sempre con occlusioni in diversi punti delle arterie che dal cuore raggiungono il piede», come ricorda Uccioli, ma è anche vero che nel 75% dei casi, a cinque anni dalla comparsa dei primi dolori camminando (o dal rilievo di una ABI inferiore a 0,9), non si nota una evoluzione verso la grave ischemia cronica. «Schematizzando molto possiamo dire che l’arteriopatia lieve o moderata, quella senza sintomi o con sintomi che si manifestano dopo 200 metri di marcia è soprattutto un serissimo segnale di allarme per infarti o ictus», spiega Armentano, componente del Consiglio direttivo AMD e organizzatore del prossimo convegno nazionale dell’Associazione che si terrà nella ‘sua’ città, Rossano Calabro, «in mancanza di interventi, il rischio di eventi vascolari è davvero molto alto. Mentre un’arteriopatia grave, con ischemia critica e dolori che si manifestano anche a riposo fa temere una gravissima manifestazione di piede diabetico».
Vuoi leggere il seguito di questo articolo?
Vuoi leggere un riassunto dei concetti chiave e alcuni consigli dedicati a questo articolo?
Ultima modifica: febbraio 2010
Vuoi vedere il sommario del numero 32 di Modus?
Torna alla Home page
|  |