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Mauro Carbone, docente di Estetica all’Università Jean Moulin di Lione.
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Sano’, ‘malato’ o filosofo?
Chi ha una condizione cronica abita uno spazio tra salute e malattia difficile da definire.
Possiamo dire che la persona che sa di avere il diabete o altre condizioni croniche è costretto a essere filosofo?
È costretto a porsi delle domande alle quali non trova la soluzione nel pensiero comune? «In un certo senso sì», conferma Mauro Carbone, docente di Estetica all’Università Jean Moulin di Lione, erede di una tradizione di pensiero che parte dalla fenomenologia di Husserl. «Finché non riceviamo una diagnosi, tendiamo come tutti a vivere il corpo come uno strumento in nostro possesso, un po’ come se fosse la nostra automobile. Finché questa macchina sembra rispondere in modo pieno ed efficiente ai miei comandi, mi trovo in una situazione che definisco di ‘salute’. Quando ricevo dei segnali, le diagnosi, i dati glicemici, tali per cui scopro che la macchina non risponde più del tutto ai comandi, l’illusione si infrange. Allora diventa chiaro che il corpo non è uno strumento nella mia disponibilità. E non posso sostituirlo, perché quello strumento, quella macchina sono io».
A quel punto la persona si trova chiamata a pensare se stessa in modo diverso.
«La malattia, soprattutto se cronica, ci appare come un tradimento del corpo ai nostri danni, ma in realtà essa ci aiuta così a rovesciare il modo in cui prima vedevamo le cose. Ci rendiamo conto di non essere ciò che credevamo – i semplici piloti di un’auto a nostra disposizione – e avvertiamo di essere responsabili del nostro corpo, cioè cominciamo a pensare a noi stessi anche come corpo», continua Mauro Carbone, che ha insegnato anche all’Università Statale di Milano.
L’intera tematica dell’autocontrollo (della glicemia, del peso, della pressione, etc.), si inscrive in fondo in questo spazio della responsabilità che presuppone due verità: il corpo è quel limite che io sono. Detto altrimenti, io sono anche quel limite che è il mio corpo, così come sono il suo superamento.
Sono concetti teorici che hanno però ripercussioni molto pratiche.
«Responsabilità significa ammettere che la volontà è debole, che il corpo ha una sua ricchezza che eccede il dover essere, senza necessariamente tradirlo», afferma Riva. «Responsabilità significa che nessuno può fare quello che vuole con il proprio corpo», interviene Michela Marzano, «e in fondo nemmeno ‘contro’ il proprio corpo».
«Si tratta allora di mettersi all’ascolto di noi stessi in quanto corpo, prendendocene cura. Questo non significa arrenderci alla ragione del medico pur considerandola opposta alla vita, come suggerisce il detto secondo cui tutto ciò che piace fa male alla salute, è amorale o contrario alla religione. Piuttosto, significa ascoltare le ragioni del nostro corpo anziché immaginarlo un’automobile sportiva come pretende il mondo della pubblicità e del consumo», ricorda Mauro Carbone. «La persona con diabete forse è filosofa, ma sicuramente è antagonista. Scoprire quali sono le vere esigenze del nostro corpo, le sue vere possibilità, è un gesto di indipendenza orgogliosa: ascolto quello che lui mi dice invece di quanto ‘si dice’. Cerco insomma di capire ciò che realmente voglio rifiutando quelle interpretazioni collettive che ci scambiamo tutti senza che nessuno davvero vi creda», sottolinea Carbone.
La malattia cronica responsabilizza
Dicendo che la malattia cronica ci chiama alla responsabilità e al rispetto del corpo, con le sue esigenze insieme di rigore e di trasgressione, possiamo descrivere lo spazio nel quale si inserisce l’autocontrollo. «Se l’autocontrollo risponde a una logica esterna, assoluta, puramente razionale. Se insomma lo faccio “perché l’ha detto il dottore” allora, in realtà, è una perdita di controllo e non è un caso che di rado l’obeso riesca a perdere stabilmente peso», dice Franco Riva.
«L’autocontrollo non è autocolpevolizzazione, o espiazione, è uno spazio di autonomia», nota Michela Marzano, che propone come esempio l’episodio di Ulisse e le sirene. Conoscendo i suoi limiti, sapendo cioè che in quanto corpo anche lui avrebbe rischiato di farsi irretire dal canto delle sirene e volendo invece proseguire nel suo viaggio, Ulisse chiede ai suoi marinai di legarlo con una corda all’albero della nave. Così facendo sceglie liberamente di accettare una limitazione della propria libertà per perseguire il fine che liberamente si è posto. Questa è l’autonomia», conclude Michela Marzano, «questo è lo spazio del rispetto del proprio corpo».
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Ultima modifica: febbario 2010
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