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Rosangela Lattanzio, responsabile del Servizio di Retina Medica-Vasculopatie della Clinica Oculistica dell’Istituto Scientifico San Raffaele di Milano.
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Occhio all’occhio
Oggi la retinopatia diabetica non coglie più di sorpresa e si può fermare ottimizzando il compenso glicemico, pressorio e lipidico, agendo sugli stili di vita e ricorrendo al laser, ai farmaci o alla chirurgia. Ma la tecnologia può fare poco se si ‘saltano’ i controlli.
Abbiamo sempre più armi per fermare la retinopatia diabetica, ma dobbiamo saperle utilizzare tempestivamente e correttamente. Sempre più persone infatti si ammalano di diabete e sempre più precocemente. Questo significa che una persona con diabete di tipo 2 su sette (e una con diabete di tipo 1 su quattro) corre il rischio, nel corso della sua vita, di sviluppare una complicanza oculare; e il rischio è tanto maggiore quanto maggiore è la durata della malattia e peggiore il compenso glicometabolico.
La retinopatia diabetica inizia quando i capillari che irrorano la retina, sul fondo dell’occhio, per effetto della lunga esposizione all’iperglicemia si occludono, o si slabbrano, lasciando fuoriuscire liquido e materiale lipoproteico che si accumula nello spessore della retina.
Questa fase, detta retinopatia ‘non proliferante’ o ‘background’, può evolvere in retinopatia ‘proliferante’ quando nuovi capillari destinati a sostituire quelli occlusi o danneggiati, crescono in modo disordinato formando dei ‘gomitoli’ di vasi che possono essere causa delle complicanze più gravi della malattia, come sanguinamenti all’interno dell’occhio o distacchi di retina ‘tradizionali’. Quando il paziente, oltre che diabetico, è anche iperteso o ha un eccesso di grassi nel sangue, il rischio di danni retinici aumenta.
La retinopatia può coinvolgere la periferia dell’occhio e anche l’area centrale, la macula, la parte della retina deputata alle funzioni visive più importanti. «Guai, quindi, a fare diagnosi solo quando si lamentano problemi alla vista!», ammonisce Rosangela Lattanzio, responsabile del Servizio di Retina Medica-Vasculopatie della Clinica Oculistica dell’Istituto Scientifico San Raffaele di Milano.

Guglielmo Ghisoni, responsabile dell’Ambulatorio di Diabetologia dell'ex Ospedale di Nervi.
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Controllare sempre.
Tra le tante cose che la persona con diabete può fare per ‘salvarsi la vista’, sottoporsi a un esame periodico è di gran lunga la più semplice. Eppure l’esperienza di ogni giorno conferma che troppe persone, soprattutto quelle che solo saltuariamente frequentano i Servizi di diabetologia, ‘saltano’ gli esami periodici consigliati dalle Linee guida.
Un esame del ‘fondo oculare’ va fatto a intervalli definiti, ogni 3, 6 o 12 mesi, al limite ogni due anni, a seconda del tipo di diabete, della durata della malattia, del livello di compenso glicemico, della presenza di altre complicanze – soprattutto al rene – della pressione e del livello dei grassi nel sangue.
«Quale che sia l’intervallo definito dallo specialista i controlli non vanno mai ‘saltati’, anche se dopo anni tutto è sempre andato bene», insiste Guglielmo Ghisoni, responsabile dell’Ambulatorio di Diabetologia dell’ex ospedale di Nervi.
Il controllo del fondo oculare è semplice e non invasivo e deve essere eseguito nel paziente diabetico a scadenze regolari: si instilla una goccia di collirio negli occhi e si utilizzano specifiche apparecchiature ingrandenti.
L’oculista impiega pochi minuti per guardare (retinoscopia) il fondo dell’occhio e valutare lo stato della retina. «L’esame del fondo oculare va sempre fatto in midriasi, vale a dire con una dilatazione preventiva della pupilla, per poter valutare in modo accurato sia la parte centrale che tutta la periferia retinica», ricorda Rosangela Lattanzio, «in caso di lesioni può essere utile fotografare (la cosiddetta retinografia) il fondo dell’occhio, in modo da disporre di una immagine da confrontare con immagini precedenti o successive, e valutare la progressione o la regressione della patologia o la risposta ai diversi trattamenti».
Fluoroangiografia
Se le lesioni sono più evolute è utile eseguire le fotografie del fondo oculare con l’aiuto di un mezzo di contrasto. Questo esame, la fluoroangiografia, è fondamentale per un corretto inquadramento dei danni e per decidere se e dove eseguire trattamenti laser. La fluorangiografia va riservata a pazienti con lesioni maggiori e comunque a discrezione dello specialista; in condizioni di assenza di lesioni, lesioni iniziali e lievi o in fase di regressione (dopo trattamenti completi) è sufficiente seguire il paziente con un esame del fondo oculare» continua l’oculista milanese. «Può essere invece importante, in alcuni casi, eseguire una tomografia della retina (Oct), un esame non invasivo e veloce che permette di avere un’immagine molto precisa di quel che avviene a livello della regione centrale, la macula», spiega Rosangela Lattanzio. «questo esame fornisce precise indicazioni sul tipo di danno presente, ad esempio sull’accumulo di liquido, noto come ‘edema maculare’ o per rilevare la presenza di aderenze patologiche tra retina e vitreo – il gel che sta davanti alla retina stessa».
Solo attraverso un corretto inquadramento del tipo di danno presente è possibile scegliere il trattamento più adatto che consenta i migliori risultati sia anatomici che funzionali e poter preservare la funzione visiva.
Compenso glicemico.
Una volta diagnosticata la retinopatia diabetica, la prima cosa da fare è migliorare il compenso glicemico. «Sappiamo con certezza che la retinopatia diabetica è dovuta, nel diabete di tipo 1 in modo quasi esclusivo e nel diabete di tipo 2 insieme ad altri elementi, a una glicemia troppo spesso alta», ricorda Ghisoni, «la prima cosa da fare è quindi riportare le glicemie nella media, migliorando l’alimentazione, aumentando l’esercizio fisico e utilizzando una terapia farmacologica più aggressiva e soprattutto ancora più vicina all’andamento delle glicemie nel paziente. Questa è la strada maestra: un buon compenso glicemico ritarda la comparsa di retinopatia e ne rallenta la progressione».
Le conferme arrivano dall’esperienza di ogni Centro di diabetologia. «Fra le persone che accedono al nostro servizio in modo continuativo ed effettuano gli esami del caso, la progressione della retinopatia in cecità è ormai rara», spiega Giovanni Grossi, responsabile del Servizio di Diabetologia dell’ospedale di Paola. Certo, occorre lavorare molto, «ma devo ammettere che le persone con diabete, davanti alla prospettiva di un danno alla vista, mostrano una notevole disponibilità ad accettare terapie e consigli sullo stile di vita», sottolinea Grossi, presidente della Sezione regionale Calabria dell’Associazione Medici Diabetologi.
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Ultima modifica: giugno 2010
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