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DIETA

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Come fare per mantenere il peso?

Secondo Alan Golay, docente di Terapia Diabetologica presso l'Ospedale Universitario di Ginevra, il 90% delle persone che si sottopongono a una dieta non raggiunge il risultato prefisso, vuoi perché non rispetta i vincoli imposti dal trattamento, vuoi perché non riesce a mantenere il peso assunto.

Quando il paziente è impaziente
"La ragione numero uno per la quale le 'diete' non funzionano è la mancanza di compliance, ovvero il fatto che il paziente non segue le prescrizioni", afferma Alan Golay, diabetologo presso l'Ospedale Universitario di Ginevra. Questo non accade solo nel trattamento dell'obesità ma un po' in tutte le patologie soprattutto in quelle croniche dove il dolore non rappresenta un potente stimolo a proseguire la cura: "Dire a un paziente "Se lei perde dieci chili riuscirà a ridurre la pressione sanguigna e quindi il rischio di patologie cardiovascolari" risulta poco convincente: il vantaggio è troppo spostato nel tempo per dare una vera motivazione", nota Golay.

Quel grasso è mio
Ci sono anche altri aspetti psicologici. "Con una battuta potremmo dire che quel 'grasso' che dobbiamo perdere in qualche modo ci appartiene", afferma Riccardo Dalle Grave, medico psicoterapeuta e specialista in Scienza dell'Alimentazione ed Endocrinologia. Sotto il profilo medico si tratta di tessuti 'in eccesso', forse addirittura pericolosi, "ma sia l'organismo sia la psiche ci si sono ormai abituati", continua il medico veronese, autore di alcuni libri sull'argomento.

Come fare allora?
Un consiglio generale è quello di darsi obiettivi realistici: Se una persona di 100 chili deve arrivare a 70, farà meglio a darsi l'obiettivo iniziale di arrivare a 90. "Un primo passo può essere costituito da una perdita del 10%. Una volta raggiunto, questo risultato deve essere visto dal paziente e dal medico come un vero successo, non come una tappa intermedia", osserva Golay, "dopodiché è necessario fare una pausa. Il paziente deve accettarsi, formandosi una nuova immagine di sé. Una sosta è necessaria anche per ragioni fisiologiche: il corpo ha bisogno di molti mesi per 'abituarsi' al nuovo equilibrio".
In questa fase si pone il problema del mantenimento, di evitare insomma le ricadute. In questo campo Dalle Grave ha svolto diversi studi. Come responsabile dell'Unità di Riabilitazione nutrizionale della casa di cura Villa Garda in provincia di Verona ha sviluppato un trattamento multidisciplinare per la cura dell'obesità e dei disturbi del comportamento alimentare.
"Nell'impostazione tradizionale", nota Dalle Grave, "il recupero di peso dopo la fine della 'dieta' è attribuito alla mancanza di 'forza di volontà'. Chi trasgredisce è tacciato di debolezza, di incapacità. Alle difficoltà della terapia, si aggiunge il peso di una frustrazione", riflette Dalle Grave; "non sorprende che molti individui non riescano a sopportarlo e abbandonino l'obiettivo di dimagrire".
L'approccio proposto dall'équipe di Dalle Grave, invece, si ispira al modello cognitivo comportamentale: "Partiamo dal presupposto che un soggetto, al fine di ottenere il controllo su un problema comportamentale, segua un insieme di regole e quando riesce ad osservarle sperimenta sensazioni di controllo e autostima che permarranno finché non verranno incontrate delle 'situazioni ad alto rischio'".

Trasgredire, ma poi...
Il problema non è la situazione a rischio in sé, la 'trasgressione', quanto la rielaborazione della trasgressione. In altre parole, cucinarsi tre etti di trenette al pesto una sera non rappresenta di per sè un gravissimo attacco alla dieta. Il problema è dato dalle conseguenze psicologiche della trasgressione. "Molti, a seguito di queste trasgressioni, perdono completamente la fiducia in se stessi", nota il medico veronese. Il soggetto si disistima e da tale disistima nasce un senso di frustrazione che diventa via via insopportabile. A questo punto l'obiettivo non è più rispettare la dieta, bensì quello di eliminare la frustrazione.

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Ultima modifica: gennaio 2000

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