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Di marca, biologico, doc, il consumatore cerca garanzie
La paura di 'sbagliare' porta a privilegiare il prodotto di marca, ma al tempo stesso, in risposta alla standardizzazione il consumatore cerca di riscoprire la particolarità, l'originalità.
Il consumatore preoccupato preferisce spesso il prodotto 'di marca', ma 'di marca' non vuol dire solo 'prodotto da una grande azienda', "e non significa solo 'che-ha-fatto-tanta-pubblicità'", afferma Italo Piccoli, docente di Sociologia dei Consumi presso l'Università Cattolica di Milano, "si diventa di 'marca' anche informando sugli ingredienti, sulla provenienza, sulla qualità dell'alimento messo in commercio". Di marca può essere anche il prodotto commerciale di una catena di supermercati in quanto garantito dallo stesso distributore.
"All'ansia creata dalla perdita dei tradizionali canoni che lo guidavano nelle scelte alimentari, il consumatore risponde cercando dei nuovi punti di riferimento", spiega Giacomo Mojoli, vicepresidente di Arcigola-Slow Food, una associazione che promuove e segnala in molti modi (libri, riviste, articoli, siti web, eventi) i produttori, i consorzi e gli esercizi che producono o servono vini, formaggi, olii e prodotti alimentari di qualità. "Tra questi punti di riferimento c'è la possibilità di collocare geograficamente un luogo di produzione, con il marchio 'doc'; un secondo è la garanzia consortile o pubblica dei marchi 'docg', e questo spiega il successo dei vari marchi di qualità e provenienza".
Tutto ciò anche se la tradizione deve spesso scontrarsi con le direttive CEE che regolano il settore agroalimentare, talvolta troppo rigide soprattutto se applicate a prodotti tipici, oggi sempre più apprezzati. Il consumatore, infatti, ha ritrovato un interesse per la produzione artigianale che era stata dimenticata in passato. Nel dopoguerra il prodotto industriale veniva considerato più sicuro e più sano di quello artigianale, non foss'altro perché nelle fabbriche si seguivano obbligatoriamente standard igienici che fra i piccoli produttori erano degli 'optional'. Fino agli inizi degli anni '80 le confezioni di biscotti Oro Saiwa, per fare un esempio, mettevano bene in mostra sulla l'immagine dello stabilimento di produzione. Lentamente il vento è cambiato. Sarà stata la ricaduta del '68 o una protesta contro una sempre maggiore omogeneità delle proposte ma l'equazione 'industria = maggiore qualità' non appare più così evidente alle generazioni che si affacciano oggi sul mercato.
La pubblicità ha fiutato il vento e oggi nessuno pensa di ritrarre lo stabilimento sulle confezioni o nelle campagne pubblicitarie. Si sprecano invece i mulini, le antiche fattorie e le cascine. "Gli standard di qualità e sicurezza nel processo di produzione e confezionamento sono oggi dati per scontati", suggerisce Mojoli, "ora si ritiene piuttosto che siano le fasi di coltivazione o allevamento, più ancora le tradizioni, a fare la differenza".
Tradizione, insomma, è sempre più la parola chiave. "In risposta alla standardizzazione il consumatore cerca di riscoprire la particolarità, l'originalità", nota Mojoli. Un comportamento che caratterizza sia l'uomo sia la donna e che sta dietro a fenomeni diversi come la sempre maggiore attenzione alla cucina tipica, il ruolo che la gastronomia ricopre nei viaggi, il successo delle 'settimane a tema' nella grande distribuzione e via dicendo. "Nella tradizione, oltre all'originalità, il consumatore legge una garanzia che copre la materia prima utilizzata, e quindi le coltivazioni e gli allevamenti; quando sono tutelati da marchi di qualità, poi, offrono buone garanzie sulla genuinità degli ingredienti e sui processi produttivi".
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Ultima modifica: gennaio 2000
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