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Il diabete: un'epidemia mondiale
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Come è difficile mantenere una dieta
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È difficile capire

Che cosa succede a una persona con il diabete di tipo 2 che inizia una terapia a base di insuline e controlli? Spesso dalla iniziale sottovalutazione alla comprensione della terapia si passa per qualche spavento.

Capita che una parola - nel mio caso due parole - cambino la vita. Mi ricordo benissimo, ovviamente, di tutta la conversazione. Potrei disegnare qui il bar dell'ospedale dove lavora mio cugino che è cardiologo, e sovrintende un po' alla salute di tutta la nostra famiglia. Sapevo di avere 'un po' di diabete' e non me ne stupivo: in una prima fase ho ridotto un tantino gli zuccheri, poi per diversi mesi ho iniziato a prendere delle pillole ipoglicemizzanti. Tutto qui.

Per sempre
Un giorno mio cugino, viste le analisi di routine, mi suggerisce di andarlo a trovare in ospedale. Finiti i convenevoli gli chiedo: "E allora come va il mio quasi-diabete?". "Non esiste il 'quasi-diabete'; esiste il diabete di tipo 2 ed è quello che hai tu", esordì Valerio (mio cugino); "abbiamo provato ad aiutare il pancreas rendendo più efficace l'insulina che produci, ma non serve. Quindi dovrai assumerla tu con tre o quattro iniezioni al giorno. Ah", aggiunse casualmente, "dovrai anche controllare la tua glicemia tre o quattro volte al giorno".
Lì per lì non capii: pensavo che si trattasse di una terapia di breve termine. Quindi la presi con tono leggero: "E... per quanto tempo?" chiesi, aspettandomi una risposta tipo 'due o tre settimane': "Per sempre", rispose mio cugino con uno sguardo fattosi improvvisamente più serio.
Spesso si legge nei romanzi 'un brivido lo percorse lungo la schiena'. Così accadde anche a me. Valerio smise di sopravvalutare le mie conoscenze mediche e mi spiegò del diabete parlandomi come avrebbe fatto col suo gatto.
Seguirono altri esami, incontri con il diabetologo, il dietista. Ne uscii con una valanga di informazioni su quanto potevo fare (praticamente nulla); le cose alle quali dovevo stare attento (in sintesi: tutto); e su quello che dovevo compiere.

Sarà vero, ma non ci credo
Sembravo un paziente modello: facevo poche domande, ma nei momenti giusti, mostravo le emozioni che i miei interlocutori si aspettavano. Solo che... non credevo a una parola di tutto quello che mi dicevano. Dubitavo che esistesse il diabete, non pensavo che il diabete di tipo 2 fosse poi una cosa così seria (altrimenti perché chiamarlo di tipo '2'?) e comunque escludevo di averlo io (a 46 anni? Possibile?! È una malattia dei vecchi!).
Mio zio Luigi aveva avuto il diabete di tipo 2. Chiesi a mia zia, la quale confermò che il povero Luigi non aveva mai preso l'insulina, si curava con dei farmaci. Finché era morto (ma di cuore, non di diabete!) a parte la vista debole e la pressione alta, era andato avanti benissimo con le pillole e una dieta senza zuccheri.
Iniziai a provarmi comunque la glicemia e telefonai a mio cugino: "Ho 170 di glicemia a digiuno", gli dissi, barando un po' perché 170 era il valore minimo fra quelli che avevo registrato. "Non è proprio l'ideale, ma col tempo arriverai a un equilibrio", rispose un po' distratto e con tono paternalista il cugino (ha 10 mesi più di me ma mi parla come se fosse mio nonno). "Solo che non ho ancora preso una goccia di insulina non sono nemmeno passato in farmacia a comprarla!", ribattei con aria di sfida.
Mio cugino, quasi sempre calmo e compassato, questa volta si alterò. Mi convocò in ospedale per l'indomani. Andammo nello studio del diabetologo la cui scrivania era piena di grafici e di primi piani di piedi, retine e altri particolari dell'organismo di pazienti diabetici mal compensati. Se il loro obiettivo era spaventarmi... beh ci stavano riuscendo.
Il diabetologo mi rispiegò tutto da capo. Il colpo da maestro lo tirò però mio cugino quando - prevenendo la mia obiezione - sillabò: "E non mi tirare fuori lo zio Luigi, perché se lo prendessimo in cura adesso lo tratteremmo esattamente come te. Così magari non sarebbe diventato mezzo cieco e non sarebbe morto a 72 anni. Perché era la glicemia non compensata, la vera causa dei suoi problemi di cuore".

Convinto a metà
Uscii da questa conversazione convinto a metà. E mi comportavo di conseguenza. Mi regolavo ma saltavo dei controlli, delle insuline, dimenticavo di fare dell'esercizio fisico, insomma giocavo a buggerare la glicemia. Sotto sotto avevo l'idea che l'ospedale avesse deciso di provare con me qualche astrusa terapia all'avanguardia, solo per il gusto di fare statistiche e pubblicazioni.

Ultima modifica: gennaio 2000

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