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Autocontrollo = qualità della vita
Se il paziente ritiene che la terapia comporti una minore qualità della sua vita difficilmente la seguirà. Meglio assicurarsi che i due obiettivi coincidano.
Il 1999 è stato l'anno dell'autocontrollo della glicemia, dimostratosi una valida strategia per prevenire le complicanze del diabete e ridurne comunque la gravità. Il 2000 si apre all'insegna di una visione più ampia: la qualità della vita. "Fino ad ora noi medici abbiamo considerato la qualità della vita come l'obiettivo delle terapie. Ma nelle malattie croniche questo approccio funziona solo in parte", afferma Umberto Valentini, direttore scientifico di Modus.
"Se vogliamo una formula ad effetto, per essere davvero seguita la terapia deve entrare a far parte di una 'vita di qualità'. Laddove il paziente vive con forte disagio, con fatalismo, rassegnazione, rabbia o autocommiserazione, insomma 'vive male' il suo essere diabetico, il rischio di una scarsa compliance è fortissimo". Valentini ha presentato una relazione su questo tema al convegno che annualmente Roche Diagnostics organizza e che anche quest'anno è stato centrato sulla educazione terapeutica con numerosi qualificatissimi interventi. Vuoi leggere un articolo di Modus dedicato all'Educazione Terapeutica?
"Il tema della qualità della vita è inscindibile dall'Educazione Terapeutica", commenta Valentini, "non ha senso proporre/imporre al paziente nuove abitudini e attenzioni se non ci chiediamo come queste vengano vissute e come si inseriscano nella percezione che il paziente ha di sé".
Sono allo studio tecniche di diverso tipo: questionari di autovalutazione, colloqui, incontri di gruppo per comprendere quale sia l'approccio, o l'insieme di approcci, migliore. "Ma due concetti sono ormai acquisiti: un corretto autocontrollo della glicemia, della pressione, del peso e dei trigliceridi favorisce la qualità della vita... e viceversa", conclude Valentini.
Colesterolo: traguardi sempre più ambiziosi
Per chi ha il diabete l'obiettivo non è solo ridurre la quantità di grassi nel sangue nei limiti 'normali'. Per essere sicuri bisognerebbe scendere ancora più sotto.
Negli Stati Uniti i progressi nella ricerca (e un certo gusto americano per le 'crociate' e le 'campagne' sanitarie) hanno messo in primo piano la correlazione fra diabete e rischio cardiovascolare. A differenza di altre complicanze, che possono essere drasticamente ridotte nell'incidenza e nella gravità solo con un buon controllo glicemico, per scongiurare il rischio di infarto, una glicemia 'doc' non basta. Compenso glicemico, pressione e colesterolo sono come tre gambe di uno sgabello.
Se una è rotta non importa quanto siano solide le altre due: si cade a terra. Della pressione si è già parlato nel numero 3 di Modus vuoi leggere l'articolo?. Che dire del colesterolo?
In qualche misura il paziente diabetico parte avvantaggiato. La dieta che segue - e che tutti dovremmo seguire - è infatti a basso tenore di colesterolo. Il fatto è che, per stare sul sicuro, un paziente diabetico non dovrebbe rientrare solo nei normali livelli di colesterolo (200). Gli studi più recenti affermano, infatti, che le persone col diabete dovrebbero fare uno sforzo in più e restare sotto quota 170. Un obiettivo non facile da raggiungere anche con una sana dieta povera di carni rosse, burro e formaggi. Il consiglio che pare emergere è estendere non solo alle persone con alto tasso di colesterolo ma a tutte quelle col diabete, l'uso di cibi senza colesterolo, quali la soia, come sostituto di altri alimenti.
Ultima modifica: gennaio 2000
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