 |
Microinfusori: come funzionano e quando servono davvero?
Le pompe per insulina o microinfusori mimano il funzionamento del pancreas, rilasciando automaticamente, a intervalli regolari, piccole dosi di insulina. Richiedono però molta attenzione e sono consigliati in maniera specifica per i casi in cui...
Quando arrivarono sul mercato 15-20 anni or sono, i microinfusori , furono considerati la soluzione ideale per tutti i pazienti insulinotrattati. "Col tempo l'entusiasmo si è ridimensionato e i microinfusori hanno trovato la loro collocazione", afferma Marina Scavini, specialista in diabetologia all'Ospedale San Raffaele di Milano, "oggi se ne suggerisce l'utilizzo per un numero crescente, ma limitato di pazienti diabetici che presentano caratteristiche ben definite".
Come funzionano?
Ma di cosa si tratta esattamente? La pompa per insulina impiantabile o microinfusore è un dispositivo elettromeccanico di precisione poco più grande di un telefono cellulare che si porta a contatto col corpo (per esempio attaccato alla cintura). Il cuore dell'apparecchio è una siringa che contiene 150-300 unità di insulina. Invece di essere azionato a mano lo stantuffo della siringa è mosso da un motorino, l'insulina viene trasferita sottocute attraverso un lungo, sottile tubo di plastica che termina in un ago o in una cannula flessibile che, attraverso la pelle, entra nel tessuto sottocutaneo.
Gestito da un piccolo computer programmabile il microinfusore pompa nel sangue a intervalli costanti piccole quantità di insulina regolare (ad azione veloce) in modo da creare un livello 'basale' omogeneo durante tutto l'arco della giornata (si parla infatti di modo 'basale').
In corrispondenza dei pasti all'insulina basale si aggiunge 'una tantum' una quantità maggiore (il cosiddetto 'bolo') di insulina. A differenza del modo basale, nel quale la pompa agisce 'di sua iniziativa', il bolo è rilasciato nell'organismo dietro precisa indicazione del paziente.
La piramide alimentare.
L'organismo ha bisogno di tutti questi elementi, ma in proporzioni diverse. Uno degli strumenti più consolidati per chiarire questo concetto è la cosiddetta 'piramide alimentare' un modello ideato circa cinquanta anni fa dal governo americano e recentemente rivisto.
Alla base della piramide si trovano i carboidrati vero 'zoccolo duro' di una sana alimentazione. I carboidrati devono essere i protagonisti di ogni pasto: "Chi è in sovrappeso o deve limitare le calorie", ricorda Gentile, Consigliere nazionale della Associazione Medici Diabetologi, "si servirà porzioni più limitate, ma rinunciare a un piatto di pasta o al pane non è una scelta sana".
La frutta e la verdura devono essere presenti sulla tavola in quantità considerevoli: la verdura produce generalmente poche calorie, ma è ricca di fibre e soprattutto di vitamine e sali minerali indispensabili per l'organismo. Anche la frutta è composta di fibre, ha una percentuale ancora maggiore di vitamine e non è poi così ricca di zuccheri come si pensa.
Diverso è il discorso per le proteine: sono necessarie ma in quantità limitata. Carne, pesce, formaggio o uova, che contengono proteine ma anche grassi, dovrebbero rappresentare il 10-20% dei cibi consumati:
"La persona con il diabete impara presto a riconoscere e a consumare con parsimonia gli alimenti ad alto tenore di zucchero", nota Catia Borgonovo, dietista all'Ospedale Villa di Mariano Comense, "ma non sempre fa altrettanto con i grassi contenuti negli alimenti, nei condimenti e nelle salse". Questi si trovano, insieme agli zuccheri, al vertice della piramide. Ciò significa che possono essere consumati "ma con attenzione e tenendo presente il loro 'valore' calorico", insiste la Borgonovo.
Quando prescriverli
"Il microinfusore consente di imitare la secrezione fisiologica, il funzionamento 'normale' del pancreas", continua la dottoressa Scavini che attualmente lavora presso il Medical Center dell'Università di Albuquerque nel New Mexico, "che consiste proprio una secrezione basale continua alla quale si sovrappongono 'picchi' in corrispondenza dell'assunzione di cibo. Si tratta di un risultato che non sarebbe possibile raggiungere altrimenti".
Attualmente la terapia con pompa insulinica impiantabile è indicata per i pazienti - generalmente di tipo 1 - che non riescono a raggiungere obiettivi di compenso glicemico in quanto presentano ampie variazioni della glicemia (brittle diabetes) o soffrono del cosiddetto 'fenomeno dell'alba', cioè una forte iperglicemia mattutina a digiuno o lamentano frequenti episodi di severa ipoglicemia.
La terapia col microinfusore è consigliata anche per donne in gravidanza o che stiano pianificando una gravidanza o per pazienti che conducono particolari attività lavorative che rendono difficile la gestione della malattia ccon somministrazioni multiple giornaliere. In questi pazienti l'uso del micronfusore permette un migliore controllo della glicemia.
La pompa richiede attenzione
Migliore però non significa 'automatico' o 'privo di rischi'. "Chi porta un microinfusore tiene aperto un canale di comunicazione fra l'interno del proprio corpo e l'ambiente esterno", ricorda la Scavini: "il rischio di infezioni, per esempio, non va sottovalutato. La siringa e il catetere vanno sostituiti al massimo ogni tre giorni per verificare arrossamenti o gonfiori nel punto di infusione; c'è poi il rischio che il catetere si ostruisca, impedendo o limitando il passaggio dell'insulina". Da parte del paziente occorre insomma una attenzione costante. A questo si aggiunge anche la difficoltà di dare le istruzioni giuste al computer che gestisce la pompa: i modelli sono sempre più programmabili e flessibili ma ogni opzione in più richiede competenza e capacità di giudizio.
L'utilizzatore ideale del microinfusore è un paziente estremamente attento e piuttosto abile, dotato di una buona manualità e a suo agio con gli strumenti elettronici. "Ma soprattutto un paziente molto maturo e cosciente nell'autocontrollo, in grado di vagliare la situazione e prendere delle decisioni", insiste la Scavini.
Infatti per quanto molto più avanzata e costosa, la pompa non fa altro che sostituire la penna o la siringa. Negli anni Ottanta si pensava che i microinfusori avrebbero lasciato il passo ai cosiddetti pancreas artificiali, sistemi completi in grado di misurare la glicemia e correggerla 'decidendo' da soli la quantità di insulina da mettere in circolazione esattamente come fa il pancreas in condizioni normali.
Questo obiettivo si è rivelato più difficile del previsto da raggiungere. Il paziente con microinfusore deve quindi controllare la propria glicemia più volte al giorno, (secondo l'American Diabetes Association almeno quattro volte al giorno, una volta a settimana alle 3 di mattina e sempre prima di mettersi alla guida) insomma più spesso di quanto non farebbe un paziente insulino-trattato che usa la normale siringa o penna. Misurare la glicemia non basta: il paziente deve essere in grado sulla base dei valori rilevati, di prendere delle decisioni e tarare di conseguenza lo strumento.
Note sull'argomento
Ultima modifica: maggio 2000
Torna al sommario
Torna alla Home page
|  |