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Chi paga i microinfusori?

"Il microinfusore richiede un impegno particolare prima di tutto alla struttura che lo prescrive", sottolinea Marina Scavini che opera nell'ambito della Direzione Scientifica del San Raffaele. Basti pensare che nel momento dell'applicazione della pompa, il paziente viene ricoverato, e questo può costituire un problema per quei centri diabetologici che non hanno la possibilità di accogliere i pazienti. "Vista la complessità dello strumento occorre garantire al paziente un supporto rilevante all'inizio della terapia e garantirgli poi visite frequenti e l'accesso 24 ore su 24 a un medico esperto", nota la Scavini.
Anche l'acquisto del microinfusore richiede impegno. Si tratta di strumenti costosi: circa sei milioni per uno strumento programmabile di nuova generazione ai quali vanno aggiunti 2/4 milioni annui per i materiali d'uso (aghi e cateteri) oltre ovviamente all'insulina.

Dipende dalla ASL
Chi paga? "In passato molti pazienti erano di fatto costretti a tirar fuori dalla tasca il loro libretto degli assegni", ricorda Sofia Moresco, product manager della ditta che commercializza in Italia i microinfusori della americana Minimed, leader sul mercato italiano, "oggi questo accade sempre più di rado. In alcune regioni come la Sardegna, il Lazio, l'Emilia Romagna la Puglia e quelle del Triveneto, le ASL pagano il microinfusore e il materiale di consumo, senza porre troppi ostacoli, in altre regioni non si arriva più al rifiuto esplicito e definitivo: dopotutto la legge 115 è molto chiara al riguardo, ma la risposta amministrativa consiste in un rallentamento della procedura. Insomma l'iter burocratico è complesso e può richiedere molto impegno da parte del paziente e del team medico". Secondo la product manager, la spesa è più che compensata sul lungo termine, "dalla sensibile riduzione nel numero di giorni di ospedalizzazione".

Confronti internazionali
Minimed che è leader del mercato in Italia vende circa 300 microinfusori all'anno, "su un totale di circa 500 pezzi", afferma la Moresco secondo la quale il mercato potenziale in Italia è molto maggiore, basti pensare che in Germania si vendono 5/6 mila microinfusori ogni anno: "in questi ultimi mesi riceviamo molte richieste di informazioni da parte di pazienti e medici che sono venuti a conoscenza, tramite internet, di quanto si fa in paesi come gli Stati Uniti, dove la 'pompa' è molto più diffusa, specie fra i giovani", nota la Moresco.
Le dichiarazioni entusiastiche devono essere prese però, con qualche cautela, "la pompa è associata da molti pazienti - soprattutto da quelli che non la usano - a una sensazione di libertà, quasi di privilegio. In realtà si tratta di una libertà non priva di impegni: basti pensare che la pompa deve essere portata continuamente, in caso contrario, dopo due ore dalla rimozione, è necessario somministrare insulina con una modalità alternativa", conclude Marina Scavini, "insomma la pompa non sta alla penna o alla siringa come uno scompartimento di prima classe sta a uno di seconda", conclude Marina Scavini, "non è un lusso o una comodità in più, ma la terapia più corretta per dei casi in cui - nonostante tutto l'impegno del paziente e del team medico - non è possibile raggiungere altrimenti un corretto compenso glicemico. Su questo aspetto c'è ormai un consolidato corpo di esperienze e di risultati davanti ai quali le Asl non possono chiudere gli occhi".

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Ultima modifica: maggio 2000

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