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Ritmi del lavoro e ritmi dell'organismo
Nelle imprese 'avanzate' molti diabetici lamentano ritmi di lavoro sempre più stressanti e imprevedibili. Lo stress lavorativo in realtà colpisce tutti e le persone col diabete sono solo le prime ad accorgersene. Ma cosa si può fare? E le aziende hanno davvero tutta la colpa?
Attenzione. Il numero di maggio di Modus On Line la newsletter realizzata appositamente per internet da Roche Diagnostics, comprende un articolo sulla terapia del diabete e l'autocontrollo nel posto di lavoro.
Riunioni che iniziano a tarda sera, settimane intere passate fuori casa prendendo voli che partono all'alba e tornano la sera tardi, ritmi sempre più intensi e soprattutto imprevedibili con intervalli di pranzo che 'saltano' all'ultimo minuto.
Ieri la fatica, oggi lo stress
"Non sono pochi, fra i diabetici, gli impiegati, i quadri, i tecnici e i dirigenti che trovano difficile far fronte a un aumento dei carichi di lavoro, e soprattutto a un intensificarsi dei ritmi", nota Carlo Fossati, primario del Centro di Diabetologia e Malattie Metaboliche dell'Ospedale Niguarda di Milano; "molti pensano che sia 'colpa' della loro malattia, quasi si trattasse di una nuova 'complicanza' del diabete. In realtà", prosegue il primario diabetologo del più grande ospedale milanese, "conciliare i ritmi del lavoro con le esigenze dell'organismo non è mai stato facile. Se ieri il lavoro significava fatica, logorio fisico, ambienti malsani e pericoli oggi, almeno in Occidente, il lavoro incide in termini di stress psicologico".
Se Charlie Chaplin potesse 'girare' una seconda versione del suo Tempi moderni non sceglierebbe più la fabbrica ma l'ufficio. E dire che fino a qualche anno fa 'lavoro d'ufficio' era sinonimo di tranquillità e prevedibilità: "Ora invece in numerose imprese del terziario, i ritmi di lavoro si sono intensificati, la pressione sui collaboratori si fa più forte, le responsabilità sono più diffuse e tutto questo rischia di incidere sulla salute di molte persone", afferma Valeria Tonini medico del lavoro, "il diabetico, che ha sviluppato una particolare sensibilità e attenzione, se ne accorge semplicemente prima degli altri". Secondo la Tonini che è Medico Competente presso le filiali italiane di diverse multinazionali, "dopo qualche tempo lo stress danneggia l'organismo".
Il tempo si è compresso
Ma perchè negli ultimi anni lo stress da lavoro sembra aumentato? "Perchè stiamo tutti vivendo una continua compressione del tempo e dello spazio", interviene Giuseppe Varchetta, Responsabile Sviluppo e Organizzazione del Gruppo Unilever in Italia una delle più grandi aziende nei beni di largo consumo, "così come per le imprese il mercato locale è diventato 'troppo piccolo', le 24 ore della giornata sono diventate 'troppo poche'".
Non tutti sono d'accordo sulla 'fatalità' di questa evoluzione. "In Italia si sta in ufficio un numero immenso di ore, assai più che in Germania o negli Usa che non sono certo paesi meno produttivi del nostro", nota Domenico De Masi, docente di sociologia all'Università di Roma, "e questo è un paradosso, perché i computer stanno aumentando la produttività riducendo i carichi di lavoro reali".
La tesi espressa da De Masi nei suoi libri, Ozio creativo e Sviluppo senza lavoro, è facile da riassumere: dopo aver affidato alle macchine i lavori manuali, stiamo delegando ai computer quello che il cervello di silicio può fare meglio, e a costi minori del nostro, vale a dire tutti i compiti con la sola eccezione di quelli creativi. In futuro quindi le aziende chiederanno solo idee e creatività ai loro dipendenti.
In realtà molti lamentano la situazione opposta: "I carichi di lavoro aumentano; non c'è più bisogno di essere un super manager per ritrovarsi ogni mattina su un aereo diverso per una destinazione straniera", spiega Valeria Tonini, secondo la quale "negli ultimi 10 anni le imprese sono cambiate più che nei precedenti 50, almeno per quel che riguarda la gestione delle risorse umane".
Logiche del passato?
"Il fatto è", risponde De Masi, che ha al suo attivo libri e articoli sulla sociologia del lavoro, "che nelle aziende del futuro permane la logica manifatturiera del passato quando lavorare il 10% in più significava produrre il 10% in più. Oggi è diverso, ma è difficile rendersene conto".
Varchetta, che è uno dei fondatori della analisi sociale e della psicologia delle organizzazioni, è d'accordo ma solo in parte: "E' vero che in molte imprese o per meglio dire in molti team, vige una cultura del 'boia chi molla': guai a uscire prima degli altri" considera Varchetta, "ma si tratta di situazioni limite che non vanno nemmeno nell'interesse dell'azienda. Noi, per esempio, abbiamo bisogno di collaboratori riposati, informati, radicati in un contesto sociale e interpersonale ricco", nota Varchetta.
Seguito dell'argomento
Ultima modifica: maggio 2000
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