 |
Ritmi del lavoro e ritmi dell'organismo
Se una volta lavorare era faticoso, oggi è più spesso stressante. Conciliare ritmi dell'ufficio e tempi dell'organismo non è facile, soprattutto per le persone con il diabete.
Molti affermano che nelle aziende - soprattutto in quelle private che operano nei settori più avanzati - il lavoro si fa più stressante. Ma questo equivale a dire che vi è una responsabilità delle imprese in questo senso. "Per affermarlo dovremmo dimostrare che le aziende possano schiacciare il pedale del freno o invertire la rotta, afferma Giuseppe Varchetta, resposabile risorse umane della Sagit, un'industria del gruppo Unilever, "in realtà sotto molti aspetti la vita oggi sembra andare più veloce di prima: da qualche anno viviamo un po' tutti sopra le righe, in un clima economico, culturale, sociale più eccitato. Possiamo davvero chiedere alle grandi aziende di essere diverse, di essere 'migliori' del contesto in cui operano?".
La persona col diabete
"In effetti le lamentele sui ritmi di lavoro non provengono solo dai diabetici che operano nelle grandi aziende", nota Fossati, "in molte piccole imprese la concorrenza impone weekend brevi e orari allungati, senza nemmeno dare gli incentivi e le garanzie che una grossa impresa può dare".
"Piccola o grande che sia, l'azienda ha un chiaro interesse a 'difendere' l'unica sua risorsa reale, cioè il dipendente", interviene la Tonini, "passare troppo tempo sul lavoro o fuori casa significa perdere un contatto con gli affetti familiari che è prioritario sia in termini psicologici che fisiologici", afferma il medico del lavoro milanese, abituato sia per formazione professionale che per i suoi impegni negli ambiti dell'applicazione della legge 626, a ragionare in una logica di prevenzione della salute sul posto di lavoro.
"In questo senso la persona col diabete, proprio perchè è abituata a non chiedere al suo organismo più di quello che ci si può attendere e perchè è cosciente dell'importanza del suo contesto familiare, mette più facilmente delle 'barriere' fra la sua vita familiare e quella lavorativa", nota il primario del Centro di Diabetologia dell'Ospedale Niguarda, "non so se questo a volte rallenti o incida sulla sua carriera, ma non credo proprio che lo renda un collaboratore di serie B".
Il luogo di lavoro è un contesto sociale
"Le aziende dovrebbero invece ascoltare con attenzione le esigenze di quelli che fra i loro collaboratori si pongono il problema della salute", interviene De Masi, che è titolare di una società di consulenza aziendale, "se una azienda vuole davvero sviluppare le sue risorse umane deve garantire un clima di lavoro sereno e rilassato. Quale contributo può dare all'impresa un manager che dubita dell'amore del suo partner o teme per la sua salute?".
"In una logica di medio termine tutto questo è vero", risponde Varchetta, "ma oggi tra acquisizioni, fusioni e chiusure, la vita media di una organizzazione è inferiore alla vita lavorativa dei propri dipendenti. L'impresa di oggi naviga a vista, non si può chiederle di fare da 'mamma' ai propri dipendenti. E poi... siamo sicuri che non sia un po' una favola quella dell'azienda 'cattiva' che costringe i suoi collaboratori a sacrificarsi?", si chiede il top manager della Unilever, "Possiamo davvero escludere che tirar tardi in ufficio, anche solo a chiacchierare con i colleghi, saltare la pausa pranzo perché si è impegnati in una discussione importante o viaggiare spesso per lavoro non sia per molti un modo piacevole e divertente di impiegare il proprio tempo?".
Oggi non sono certo solo i manager, i quadri e i tecnici delle grandi aziende a trovare difficoltà nella loro vita di relazione, a vivere con fatica le mediazioni necessarie in un rapporto di coppia o in famiglia. In compenso l'azienda offre sfide sempre più interessanti e ricche. "In effetti l'impresa è cresciuta in uno spazio di socialità lasciato vuoto dai tradizionali punti di aggregazione: la piazza, la chiesa, il clan familiare", ammette De Masi, "in molti uffici si è creato un forte spirito di gruppo".
"È davvero così strano che qualcuno trovi più stimolante lavorare che stare a casa?", si chiede in conclusione Varchetta, "dopotutto forse si muore di stress, ma certamente anche di noia".
Inizio dell'articolo
Ultima modifica: maggio 2000
Torna al sommario
Torna alla Home page
|  |