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Educazione terapeutica: informare non basta

Non basta impartire delle nozioni e poi limitarsi a controllare il paziente. Secondo Aldo Maldonato, docente all'Università di Roma e anima della Educazione terapeutica in Italia, il medico deve piuttosto aiutare la persona col diabete a trovare la motivazione necessaria.

Insulina e autocontrollo domiciliare della glicemia hanno fatto del diabetico un paziente 'di tipo nuovo'. Un paziente che può, anzi deve, seguire delle regole e fare delle scelte. "Alcuni medici e ricercatori, un po' in tutto il mondo si sono resi conto che questo 'potere' doveva essere accompagnato da un intervento educativo". Ad Aldo Maldonato, docente di biochimica endocrina all'Università di Roma, piace raccontare la storia dell'educazione terapeutica e dei suoi pionieri anche per condividere l'onore di essere considerato fra i fondatori dell'educazione terapeutica in Italia.

Sul piano qualitativo cosa è cambiato?
Tutto: i 'corsi' di una volta erano di impostazione molto tradizionale. Si saliva in cattedra e si trasferivano delle informazioni.

E cosa c'è di sbagliato?
Oggi si ritiene che l'obiettivo di una formazione non sia trasferire un sapere e nemmeno un 'saper fare' ma stimolare l'allievo a riflettere, a prendere l'iniziativa.

Proviamo a fare un esempio...
È mai salito su un'auto guidata da qualcuno che ha appena preso la patente? Non aveva paura? Magari questo guidatore faceva le cose giuste: aveva memorizzato il significato dei cartelli stradali, aveva acquisito la capacità di mettere la freccia o frenare. Eppure era facile avvertire che queste capacità non erano ancora 'entrate' dentro di lui. L'obiettivo dell'educazione non è trasferire delle informazioni: non dobbiamo creare degli esperti di diabete ma delle persone che senza troppo pensarci fanno le cose giuste e soprattutto sanno reagire nel modo giusto a una piccola emergenza. È come in macchina: ho preso questa curva un po' troppo larga? Non importa, correggo la traiettoria, la prossima volta starò più attento.

Ma delle informazioni bisogna pur darle!
Il paziente è già informato. L'educazione terapeutica è un processo dove noi medici sappiamo alcune cose e il paziente conosce la realtà in cui queste andranno a organizzarsi.

Ma l'esperto è il medico, non il paziente!
Chi ha il diabete 'sa' molte cose sulla malattia e soprattutto sa bene in che modo la malattia si inserisce - o non riesce a inserirsi - nella sua vita. A suo modo è un esperto anche lui.

Quindi il 'docente' deve saper ascoltare.
E deve soprattutto porre le condizioni perché il paziente parli. Siamo nati e cresciuti tutti, medici e pazienti, in una tradizione nella quale il malato doveva solo tacere.

Perché non limitarsi a dire: "Fai così e così", oppure: "Guarda che non stai facendo abbastanza".
Per tante ragioni. Prima di tutto perché, almeno così la penso io, il mio dovere come medico non è solo fare la diagnosi giusta e prescrivere la terapia più corretta. Devo fare tutto quanto è possibile perché questa terapia sia seguita. In secondo luogo perché criticare è un modo per far finire, non per iniziare, una conversazione. Se il paziente parla, magari mi espone un problema che gli impedisce di curarsi e insieme possiamo trovare la soluzione, oppure mi riferisce un'informazione che ha ricevuto e che forse va corretta, oppure mi fa capire la sua 'filosofia' di vita. In ogni caso io sono il primo a sostenere che le informazioni vanno date e in maniera molto chiara e molto precisa sulla gestione quotidiana della terapia, sulla gestione delle emergenze e su tutti i processi che la persona col diabete deve saper controllare.

Quindi delle 'lezioni tradizionali' ci devono essere...
Perbacco: ci devono essere almeno due momenti. Prima di tutto l'educazione urgente, che va fatta a ridosso della prima diagnosi. È la situazione peggiore perché il paziente è spaventato o nel migliore dei casi è impegnato a riorganizzare la percezione di se stesso e della sua vita intorno alla 'notizia' della diagnosi. D'altra parte se questo paziente ha bisogno di insulina non posso non spiegargli come e quando iniettarsela e così via. Insomma le nozioni necessarie per mantenere sotto controllo la situazione. Il secondo momento è il corso.

Quanti Centri di diabetologia organizzano dei corsi?
Non lo so con precisione: molti, la maggioranza direi. Il problema è che cosa si intende per 'corso'. Io credo che la buona volontà sia sempre da premiare, ma sotto certi standard non si può parlare di corso: ci vogliono almeno 12-13 ore di lezione, un gruppo con non più di 10-15 partecipanti, una stanza adatta, diversi docenti, la strumentazione giusta e soprattutto obiettivi ben chiari.

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Ultima modifica: maggio 2000

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