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Sulle tracce dei diabete
L'educazione terapeutica si sta evolvendo in direzione di una comprensione sempre maggiore delle esigenze e dei punti di vista del paziente. In questa intervista Aldo Maldonato, fondatore del Gruppo italiano di studio sulla educazione terapeutica illustra gli approcci più moderni
Ma questi controlli non servono piuttosto per controllare che le dichiarazioni del paziente siano vere?
No, io non credo che il paziente menta sui dati che consegna al medico. E non credo nemmeno che 'dimentichi' le informazioni che riceve. Il fatto è che il paziente cambia: magari è mutata la sua vita o il suo carattere e bisogna vedere come la terapia si inserisce in questa nuova vita, in questo carattere. Oppure nel frattempo il paziente ha ricevuto delle informazioni o ha delle sensazioni, dei vissuti nuovi nei confronti della patologia. Il team medico deve gestire questo flusso di informazioni, di credenze e per gestirle deve ascoltarle e...
E poi spiegare che sono tutte fandonie.
Ma no, ma no, così non si va da nessuna parte. Io non devo dimostrare che come diabetologo sono più bravo del mio paziente. Il problema non è se sono 'fandonie' o meno, il problema è cosa ci sta dietro. Nessun diabetico in Italia oggi soffre per mancanza di informazione. Si soffre per mancanza di motivazione. Questa che devo saper creare e mantenere. Se manca la motivazione, ogni scusa è buona per smettere di seguire la terapia.
E come si fa a creare la motivazione?
Lo sapessimo! Sicuramente abbiamo capito come non si fa. Il riflesso del medico è dire al paziente: "Se lei non segue la terapia, diventerà cieco o morirà". Ma non funziona.
La paura non fa novanta.
La paura non crea adesione, non dà le basi per una motivazione di lungo termine. Un dentista può dire: "O togliamo il dente, o il dolore non passa". Il diabetologo può parlare solo in termini di rischi a medio - lungo termine. Sono concetti un po' astratti.
Insomma il diabetologo chiede un atto di fede.
Esatto, un vero atto di fede. Rendiamoci conto che noi diabetologi prendiamo una persona che si sentiva benissimo, lo sorprendiamo con una diagnosi di diabete che non si attendeva e gli chiediamo di cambiare tutta la sua vita. E in cambio cosa offriamo? La cessazione di un dolore o di un disagio? No. La salvezza immediata? Nemmeno. A ben pensarci più della percentuale di pazienti che non aderiscono alla terapia, dovrebbe stupirci il gran numero di persone che la seguono.
Come si crea allora l'adesione?
La 'fiducia' nel medico come individuo e nella medicina conta, ma conta anche saper 'vendere' bene i vantaggi: parlare in positivo, insomma. Per esempio possiamo offrire una vecchiaia serena, senza troppi disagi. A un cinquantenne posso dire: "Certo le chiedo dei sacrifici, ma in compenso potrà giocare e correre con i suoi nipotini quando ci saranno, vivrà più a lungo senza pensieri e senza dover dipendere da nessuno".
Sembrano le parole di un assicuratore.
Il problema del diabetologo e di chi propone una assicurazione sulla vita è lo stesso: chiedere un sacrificio oggi in cambio di qualcosa che non è sicuro né vicino. Non a caso gli assicuratori pongono l'accento sugli aspetti critici. Fanno bene, perché sono leve importanti.
Cosa ostacola l'educazione terapeutica?
Il fatto che la medicina è cresciuta sul modello delle malattie acute: la polmonite, l'appendicite. Le malattie croniche pongono sfide del tutto diverse. Il singolo medico può uscire da questo paradigma ma resta inserito in una struttura ospedaliera, amministrativa, universitaria nella quale questo paradigma è 'congelato' in gerarchie e strutture. Per fortuna oggi ai livelli alti del ministero, delle regioni, di certe Asl, troviamo interesse a valutare strutture e organizzazioni diverse purché si possa documentare che comportano risparmi.
E lo potete documentare
Sì, numeri alla mano: l'educazione terapeutica riduce i ricoveri d'urgenza e gli interventi per le complicanze. Ci abbiamo messo molto per dimostrarlo ma la diabetologia è così: cambia poco ma sempre. Manco te ne accorgi e poi ti volti indietro e dici: "Ma guarda come siamo cambiati tutti: medici e pazienti!".
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Ultima modifica: maggio 2000
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