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Una strada da percorrere insieme
Educazione terapeutica: informare non basta
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Microinfusori: come funzionano e quando servono davvero?
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Modus: i vostri suggerimenti
Dirlo o non dirlo?
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Scambi alimentari: c'era una volta la dieta
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Papà, ti curo io!
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Glicemia senza...spargimento di sangue
Il diabete, secondo me...Ritratto di gruppo dei diabetici insulinotrattati
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Ritmi del lavoro e ritmi dell'organismo
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Papà, ti curo io!

Per scherzo qualcuno lo chiama 'diabete di tipo 3': è l'impegno richiesto ai parenti di un anziano con il diabete. Come cambia la vita e la psicologia di un figlio quarantenne che si trova ad accudire il padre?

Vuoi leggere i dieci consigli per chi si trova a dover accudire un parente?

L'ho avuta in mano molte volte questa foto, ritrae un bambino di sette anni. Sono io. Solo questa volta però, il mio sguardo si è soffermato sullo sfondo: mio padre. Eravamo in Germania allora, vicino a Stoccarda. Poi, morta mia mamma siamo tornati in Italia: io mi sono 'fermato' a Roma a lavorare come interprete in una organizzazione internazionale. Mio padre è andato giù al paese a godersi la pensione tedesca.

Sapevo che aveva il diabete, ma non avevo dato peso alla cosa...
Sapevo che aveva il diabete ma non avevo dato peso alla cosa fino a quando, un Natale, scendo al paese con la famiglia, e lo vedo zoppicare. "Non è niente", bofonchia, "una storta". Il giorno dopo lo sorprendo in bagno e gli vedo il piede enorme, gonfio, rossastro e bluastro.
Per la prima volta mi impuntai, caricai papà sulla macchina e andammo al più vicino Centro di Diabetologia. All'andata ero un po' imbarazzato per aver messo in dubbio la sua capacità di badare a se stesso. Ma al ritorno!
Al ritorno ero furente, quasi piangente, ho sbraitato in tedesco per un'ora (un po' perché è una lingua ideale a questo scopo, un po' perché così mio padre poteva fingere di non capire gli insulti che gli tiravo) urlavo a mio padre, ma ero io disperato. Il diabetologo, come voi potete immaginare, aveva impiegato dieci secondi per diagnosticare un 'piede diabetico[modus/modus3/piede.asp] ' piuttosto avanzato "Il prossimo passo è la cancrena", aveva proferito con voce seria.
Il piede non era l'unico motivo di preoccupazione: anche il fondo dell'occhio era rovinato: "È impossibile che lei, Signor De Sanctis, non accusi disturbi alla vista", affermò il professore guardandolo fisso. Mio padre non rispose, ma aveva lo sguardo di un bambino colto a mentire.

mentiva a se stesso e ai medici...
Insomma mio padre in tutti quegli anni non si era mai seriamente curato e quando erano arrivati i primi sintomi li aveva ignorati. Gli avevano prescritto ipoglicemizzanti orali che prendeva a caso, una dieta povera di zucchero che lui seguiva molto occasionalmente. Nella ginnastica e nel movimento invece era molto regolare: non ne faceva assolutamente mai, mentendo al medico di famiglia e facendo cadere i suoi inviti a farsi vedere da uno specialista. Due giorni dopo si liberò un letto e mio padre venne ospedalizzato.
Telefonai a Roma e mi presi due settimane di permesso, poi altre due di ferie. I bambini stavano benissimo al mare e mia moglie capiva. Iniziai a curare mio padre. In teoria non è difficile. Ma una cosa è la teoria, un'altra è la pratica. E poi c'è pratica e pratica: cercare le calzature adatte, comprare quello che serve, cucinare pasti sani, spiegare il contenuto glicemico dei cibi e la funzione dell'insulina è quasi divertente. Curare le piaghe e i focolai di infezione di un piede diabetico seguendo le mille attenzioni insegnatemi dagli infermieri e dagli specialisti del Centro, non lo è.

All'inizio lo facevo con rabbia
All'inizio lo facevo con rabbia. Mio padre era sempre stato un modello per me, e lo sapeva. Vedovo da tempo, era completamente autonomo "so badare a me stesso", diceva sempre. Che delusione scoprire che non era vero. Che delusione capire che anche lui non sapeva contenersi, non aveva la costanza necessaria per prendere certi farmaci, né l'attenzione continua (alle unghie, alle scarpe, alla pulizia) che la cura di una vasculopatia diabetica richiede. Che delusione e che rabbia scoprire che anche lui nascondeva e si nascondeva i sintomi più preoccupanti. Insomma che anche lui aveva paura! La rabbia ci mise molto a passare, così come il timore reverenziale che provavo a sfiorare il corpo di mio padre.
Come ho fatto a superare tutto questo? Mi sono rifugiato nella 'professionalità'. Mi sono fatto spiegare tutto dalle infermiere e dai medici, mi sono fatto mandare libri, e ho passato in rassegna i siti internet sul tema. Insomma sono diventato un infermiere modello. Anche se curare il proprio genitore è diverso: questa pancia biancastra e molliccia, questa gamba che ha paura a toccare il terreno appartiene a mio padre che una volta mi superava in ogni gioco, all'uomo che io imitavo, che volevo diventare.

Il disagio e la paura
Che disagio curarlo, che disagio sgridarlo per la dieta, costringerlo a fare esercizi, affiancarlo nei rapporti col medico, controllare i test della glicemia, e perfino tagliargli le unghie dei piedi (avete mai provato a farlo a un altro?) curargli le pellicine e i piccoli calli con cautela da chirurgo.
E poi la paura! Una volta, all'inizio, mi vennero a chiamare in spiaggia. Aveva cominciato a tremare. Per fortuna era con amici al bar. Una piccola crisi ipoglicemica ipoglicemia, direte voi. Ma che terrore per me!
Ho avuto molto bisogno di mia moglie in quel periodo. A volte tornavo a casa come uno zombie. I miei figli li ho un po' trascurati: "ne ho abbastanza di bambini", dicevo scherzando. Ma era uno scherzo che non riusciva bene.
Poi ho visto i primi progressi, non solo e non tanto dal punto di vista medico: dietro le proteste, le manifestazioni di indifferenza e le frasi di disprezzo nei confronti di medici e farmaci, è spuntata in mio padre una attenzione nuova, non solo una maggiore adesione alla terapia, ma una capacità di controllarsi che non aveva mai avuto prima.

Pian piano è tornato quel modello che rappresentava per me da bambino
A un certo punto ho iniziato ad ammirare la forza d'animo con cui mio padre faceva fronte a questa condizione che lo costringeva, a 73 anni, a cambiare il suo modo di vivere. È facile criticare, ma ne sarei stato capace io? Pian piano era tornato il padre che ammiravo da bambino.
Sono rimasto a vivere qui al paese. L'organizzazione dove lavoravo offriva il prepensionamento e una ricca buonuscita. Ne ho approfittato. I figli crescono benissimo, ci hanno guadagnato il sole, il mare nove mesi l'anno e un nonno.
Con mio padre abbiamo raggiunto dei buoni risultati. È diventato regolare nelle abitudini e nelle insuline: l'emoglobina è ragionevole; è quasi tornato al peso forma, la pressione è alta, ma si è ridotta e un po' anche i trigliceridi. Il diabetologo è molto soddisfatto di lui... e di me: ieri mi ha proposto per scherzo di tenere un corso sull'educazione terapeutica del paziente anziano.
Il piede non è andato completamente a posto, era impossibile; ma non si parla più di cancrena e i danni sono controllati. Le macchie nel campo visivo si sono fermate. Mio padre è tornato quello di sempre: vanitoso, testardo, un po' sbruffone ma attento a quello che fa. In parte è merito mio e sono molto soddisfatto di me. Curare mio padre è la più bella cosa che abbia fatto in vita mia.
E la foto? Ecco perché oggi la mia attenzione si concentra su mio padre. Se non ci fosse stato il diabete, saremmo andati avanti così a sentirci per telefono ogni tanto e a vederci a Natale e a Ferragosto. Ci saremmo persi, avremmo continuato a essere lontani fino a quando non sarebbe stato troppo tardi per rimediare.
Penso che di rado è data a un figlio la possibilità di ripagare un proprio genitore di quello che ha fatto per lui. Io ho avuto questa possibilità. È stato difficile, credevo di impazzire, ma ora ne sono felice.

Note sull'argomento

Ultima modifica: maggio 2000

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