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Il diabete, secondo me...Ritratto di gruppo dei diabetici insulinotrattati
Da una inchiesta promossa da Roche Diagnostics ed eseguita da Eurisko su un campione di 400 pazienti diabetici insulinotrattati emerge iun ritratto di gruppo interesssante, anche nelle sue contraddizioni.
Autonomia o delega?
Stando all'inchiesta - che ha preso in considerazione solo la popolazione maggiorenne e insulinotrattata - il 36% degli intervistati desidera che sia il medico a prendere le decisioni, mentre (come si vede nella tabella 3) il 43% preferisce collaborare alle scelte.
"Va detto che non sempre il medico specialista è raggiungibile con la velocità necessaria" ricorda il professor Domenico Cucinotta, docente di Malattie del Metabolismo alla Facoltà di Medicina dell'ateneo messinese, "il paziente fa quindi di necessità virtù: magari vorrebbe delegare, ma è spesso costretto a decidere da solo".
La psicologa Luciana Cremona propone una spiegazione alternativa: "Mi chiedo se l'atteggiamento di 'delega' al medico sia sempre davvero tale. Spesso dal professionista ci si attende proibizione, incondizionata e acritica che viene accolta dal paziente con la riserva mentale che sarà poi lui a decidere in che modo e in che misura applicarla alla realtà delle scelte quotidiane".
Paola Binetti, direttrice del Centro di educazione medica di Roma concorda, "Nel diabete ritroviamo l'atteggiamento latino nei confronti della norma: un atteggiamento che non è né di rivolta né di accettazione completa".
Per 'latino' che sia, questo atteggiamento ha però dei risvolti preoccupanti quando la norma consiste nel nucleo centrale della terapia.
Non è percepita l'importanza dell'autocontrollo
Uno dei dati più significativi emersi dalla ricerca si riferisce alla frequenza e all'utilità percepita dell'autocontrollo domiciliare. Come si vede dalla tabella 4, un quarto degli intervistati afferma di effettuare meno controlli di quanto prescritto.
Ma cosa si intende per "meno controlli di quanto prescritto'? Riformulando ancora la domanda, la ricerca ha ottenuto un risultato assai significativo: solo 4 pazienti su 10 affermano di misurare tutti i giorni la glicemia, 1 su 10 dichiara di non averla mai misurata nella settimana precedente all'intervista, mentre circa metà degli intervistati ha fatto passare da 1 a 6 giorni senza effettuare nessuna misurazione. Insomma, solo per metà del campione il controllo della glicemia è una routine quotidiana.
È interessante notare come la ragione di questa scarsa adesione non sia 'tecnica': non è la mancanza di tempo o di costanza, quanto l'idea che il numero di controlli richiesti dalla terapia sia eccessivo. Dietro questa valutazione sta la mancata comprensione del ruolo che le 'strisce' svolgono nella terapia del diabete. Due terzi dei pazienti percepiscono tabella 5 come inutile l'autocontrollo domiciliare della glicemia: un dato che Cucinotta definisce 'sconfortante' "Se così fosse dovremmo forse ripensare al modo in cui comunichiamo l'importanza di questo aspetto della terapia. Molti pazienti credono di 'conoscere da soli' il livello glicemico. In realtà questo non accade e il controllo è l'unico modo per verificare la correttezza delle scelte fatte".
Ci si sente 'malati' quando ci si cura
Senza sottovalutare l'errore in cui cadono i pazienti che 'evadono' i controlli, Paola Binetti sottolinea l'aspetto paradossale del diabete e delle altre patologie croniche che non danno dolore. "In fondo il paziente in queste condizioni si sente malato soprattutto quando si cura e perché si cura. Non seguire strettamente la terapia è quindi un modo per non sentirsi schiavo della patologia, per affermare attraverso la trasgressione la propria capacità di controllare e dominare se stessi". Non a caso gli intervistati (come si legge nella tabella 6 e nella tabella 7) condividono l'idea che l'autocontrollo della glicemia migliori il benessere dei pazienti diabetici e contribuisca a evitare le complicanze.
"La natura ambigua o paradossale dell'atteggiamento che la persona con il diabete ha nei confronti della patologia non ci deve stupire", conclude Luciana Cremona, "il diabete non è una malattia nel senso antico di quasi-morte, di assoluta incapacità, ma nega anche il mito assurdo ed efficientista dell'uomo 'Ferrari', in grado di dare sempre e comunque le più alte prestazioni. È insomma un percorso nuovo sul quale tutti stiamo facendo un pezzo di strada: medici, diabetici e non diabetici, al termine della quale forse inizieremo ad accettare un po' di più sia le norme... sia noi stessi e le nostre défaillances".
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Ultima modifica: maggio 2000
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