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Il medico? E' un partner: è il paziente l'unico protagonista

Dimagrire? In teoria è semplicissimo. "Basta mangiare di meno e fare più movimento per ridurre le 'riserve di energia' accumulate sotto forma di adipe. Il che, purtroppo, non è affatto facile", ammette Massimo Pagani, docente di Medicina Interna all'Università di Milano, "tanto è vero che la terapia dell'obesità è quella nella quale i medici riscontrano il maggior numero di insuccessi".
Pagani, primario di Medicina Interna all'Ospedale L. Sacco di Milano, cerca di andare a fondo in questo paradosso, ponendo in dubbio tutti i termini della questione e i ruoli del paziente e del medico.
"L'obesità, più che una malattia in sé, è un 'segnale': il dito che indica la luna non è la luna, come diceva Lao-tze. La diagnosi finisce quindi per 'nascondere' la complessa realtà del paziente",continua Pagani, "e fa dimenticare che l'obeso è tale perché ha assunto dei comportamenti che fanno parte di lui.
Il medico può soprattutto aiutare la persona obesa a condividere quei timori che noi esprimiamo come 'fattori di rischio' modificando il suo comportamento". Pagani sottolinea come la terapia dell'obesità sia affidata soprattutto al paziente: il medico sta, per così dire, dietro le quinte: in scena c'è la persona con le sue motivazioni e le sue difficoltà".
La soluzione sta quindi nel creare e mantenere una reale motivazione. L'esperienza mostra come una motivazione solo estetica non sia sufficiente. "Ma tantomeno serve 'minacciare' il paziente o 'imporgli' di dimagrire. Non dobbiamo dimenticare che stiamo chiedendo al paziente di abbandonare una situazione tutto sommato di equilibrio", nota il docente milanese, "e che viviamo in un contesto culturale che appoggia, se non promuove, cattive abitudini alimentari".

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Ultima modifica: gennaio 2001

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