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Diabete e cuore
Iperglicemie postprandiali e rischio cardiovascolare
Intervista a Michele Muggeo, presidente della Società Italiana di Diabetologia.
Che rapporto c'è fra sovrappeso, ipertensione e diabete?
No, non è una coincidenza. Noi sappiamo con esattezza che - nella sua fase iniziale - il diabete è strettamente correlato con una sorta di sindrome caratterizzata dal sovrappeso e spesso dall'ipertensione. Ed è una sindrome comune: se ferma per strada dieci uomini o donne di trenta-quaranta anni che fanno poca attività fisica e hanno sviluppato una quantità anche moderata di grasso addominale e li porta qui in ospedale a fare degli esami, scoprirà che almeno la metà di loro ha sviluppato un'insulinoresistenza...
E l'ipertensione?
L'ipertensione è un altro fattore di rischio molto serio. Una persona ipertesa ha il 50% di possibilità in più di sviluppare una malattia o un evento cardiovascolare rispetto a una persona non ipertesa dello stesso sesso, età e abitudini di vita. Come fattore moltiplicatore del rischio è peggio del fumo e alla pari del diabete. Purtroppo l'ipertensione non si combatte solo intervenendo sullo stile di vita.
Disponiamo però di una serie di farmaci efficaci e - nella maggior parte dei casi - ben sopportati dall'organismo. Penso soprattutto gli Ace-inibitori che hanno una doppia funzione preventiva: sia nei confronti del rischio cardiovascolare sia nei confronti delle complicanze renali.
In alcuni casi una terapia con Ace-inibitori riduce il danno renale creatosi nel tempo. Probabilmente fra poco tempo l'Ace-inibitore sarà il classico compagno di viaggio della persona con il diabete, alla pari delle 'strisce' per misurare la glicemia, dell'insulina o degli ipoglicemizzanti orali.
A proposito di strisce: l'attenzione alle iperglicemie postprandiali rende necessario moltiplicare i controlli?
Certamente. L'esame di elezione per valutare la risposta insulinica all'assunzione di cibi è il test da carico del glucosio orale o per endovena. Ma in ogni caso la risposta insulinica postprandiale va monitorata. Non basta fare una misurazione ogni tanto. Sotto questo aspetto mi attendo una evoluzione nelle prescrizioni dei medici. E lo stesso vale per gli Ace-inibitori che potrebbero essere prescritti anche in fasi iniziali del diabete. Ci sono persone che non hanno bisogno di farmaci per gestire il loro equilibrio glicemico, ma sono ipertesi e in sovrappeso e possono trarre beneficio dagli Ace-inibitori e da farmaci che controllano l'equilibrio lipidico e glucidico.
Lei sta parlando delle persone che hanno solo un po' di diabete...
Devo essere chiaro su questo aspetto. Dal punto di vista del rischio cardiovascolare non esiste 'un po' di diabete'. La persona che si sveglia la mattina con 130 di glicemia e alla quale basterebbe solo un minimo di attenzione alla dieta e dell'esercizio fisico rischia - soprattutto se non fa l'esercizio fisico richiesto e si concede sconti sulla dieta - esattamente quanto la persona che non produce più insulina. E questo vale anche per chi ha solo una ridotta tolleranza al glucosio. Le persone diabetiche che rappresentano solamente il 5-6% della popolazione sono il 25-30% dei ricoverati nelle unità coronariche! Possiamo invece dare delle buone notizie: nei confronti del rischio cardiovascolare ci troviamo nella stessa situazione in cui ci trovavamo dieci o quindici anni fa nei confronti delle complicanze specifiche del diabete. Abbiamo le risultanze statistiche, abbiamo degli strumenti di terapia: dobbiamo solo sviluppare una sensibilità tra i medici e i pazienti.
Fra pochi anni vedremo i risultati così come li abbiamo visti per la riduzione delle complicanze.
Abbiamo le armi per aiutare il cuore?
Certo, e funzionano benissimo! Se si interviene su iperglicemia, ipertensione e iperlipidemia con dei farmaci e con la collaborazione del paziente, otteniamo risultati strepitosi: il rischio si riduce molto più di quanto non accada nella popolazione generale.
Questa la terapia di oggi. E domani?
Domani probabilmente svilupperemo la lotta sul fronte della prevenzione. Potremmo farlo già oggi a dire il vero. Si ricorda quelle dieci persone prese a caso? Se quei cinque, ma forse sono di più, che trovo sovrappeso, insulinoresistenti. E magari con la pressione un po' alta, mangiassero un po' meno e facessero una attività fisica regolare, i sintomi che abbiamo riscontrato regredirebbero e potrebbero non ripresentarsi più. Una semplice camminata basta a migliorare per molte ore la capacità dell'organismo di far funzionare l'insulina esistente, a ridurre la tensione delle pareti vascolari e quindi la pressione, migliora l'equilibrio lipidico aumentando la quota di colesterolo HDL, quello 'buono'.
Si sta lavorando a una generazione di farmaci che possono accompagnare queste modifiche del comportamento in modo da dare vita a una prevenzione di massa del diabete e del rischio cardiovascolare. Altre ricerche stanno invece andando dritte al cuore del problema, cercando gli 'anelli' mancanti che legano insulinoresistenza, accumulo di grasso e dislipidemie.
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Ultima modifica: maggio 2001
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