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L'Educazione terapeutica
Si chiama educazione terapeutica ed è la frontiera più avanzata nello studio dei rapporti tra il paziente cronico e i suoi 'supporter': medici specialisti, infermieri e medici di base. Obiettivo? Motivare il paziente a divenire protagonista nella cura del suo diabete. Strumenti? Ascoltare molto e soprattutto un certo modo di essere.
Il passaggio da 'paziente' a 'persona' è una delle parole chiave dell'educazione terapeutica. Tra persone l'aiuto nasce sempre da un rapporto bidirezionale nel quale si dà e si prende: si dice e si ascolta. In un certo senso, l'educazione terapeutica intende recuperare, e inserire come parte integrante del processo di cura, questa relazione tra persone, raffinandola con un approccio metodologico. Sembra semplice, ma questo modo di essere medici o infermieri "va esattamente nella direzione opposta rispetto a quanto viene insegnato ai medici all'università e nella vita professionale" nota Valerio Miselli, primario dell'Unità di Diabetologia dell'Ospedale di Scandiano.
Un esempio? Secondo il modello classico il lavoro del medico finisce con la prescrizione: fatta la diagnosi, valutato il quadro clinico del paziente, gli si impartiscono delle istruzioni e si elencano i farmaci da prendere. Nella malattie acute questo modello funziona benissimo; nelle malattie croniche questo incentivo invece manca: le terapie prescritte sono spesso a vita e prevedono anche difficili modifiche del comportamento e dello stile di vita. Anche qui però va fatta una distinzione. "Se la malattia cronica dà dolore o crea handicap, come l'artrosi o il mal di schiena, il paziente è motivato a curarsi" precisa il diabetologo salernitano Mariano Agrusta." Il diabete di tipo 2, invece, non dà manifestazioni sensibili, fino all'ultimo il paziente si sente giustamente una persona 'sana'. A quel punto è ben difficile motivarlo ad agire con attenzione".
Il paziente ha a disposizione tutti i mezzi: farmaci, strumenti di controllo e le informazioni necessarie per utilizzarli. L'esperienza di ogni giorno, però, testimonia che solo una parte delle persone con diabete mette davvero a frutto queste possibilità.
"Il paziente che 'non si cura' ci mette in crisi" ammette Miselli, "il medico è formato per essere un 're': incapace di reagire all'insubordinazione dei suoi 'sudditi'".
Davanti al paziente che non si cura la reazione del team è spesso errata: c'è chi 'minaccia' letteralmente il paziente, chi perde, o finge di perdere, interesse per chi si rifiuta di seguire la terapia.
"A volte il problema è semplicemente una mancanza di informazione, ma oggi in gran parte dei Centri si fa un buon lavoro in questo senso" nota Agrusta; "il difficile non è informare, dire, ma comunicare, e per comunicare bisogna imparare ad ascoltare. Parlando posso trasferire, nella migliore delle ipotesi, un 'sapere fare', ma solo ascoltando in una relazione bidirezionale posso aiutare la persona che ho davanti a 'essere'".
Esiste anche un'altra dimensione del problema: "Avere un 'camice' può indurre a sottovalutare che il nostro paziente è un uomo emotivo e intelligente" afferma Luciano Carboni, diabetologo presso l'ospedale geriatrico di Cagliari, "ma se vogliamo raggiungere un risultato insieme è indispensabile rispettare il nostro interlocutore".
"Il nostro obiettivo non è piegare la volontà del paziente, ottenere l'obbedienza. Noi vogliamo invece suscitare la sua adesione libera e convinta", afferma Agrusta.
"In un certo senso, anzi in molti sensi, l'educazione terapeutica è un percorso di libertà" ricorda Miselli, "ed è per questo un percorso che non può essere 'insegnato' ma solo vissuto insieme dal team medico e dal paziente". È possibile fare tutto questo nei tempi ristretti assegnati alla visita periodica? La risposta è sì.
Non a caso i diabetologi che con più attenzione seguono l'educazione terapeutica (convenuti a Villa Erba in un convegno organizzato da Roche Diagnostics che segue e promuove con particolare attenzione questo sviluppo della diabetologia) operano quasi tutti in strutture pubbliche, dove il tempo da dedicare a ogni singolo paziente è per forza di cose limitato.
Non è solo una questione di quantità ma di qualità del tempo. Ogni contatto tra team curante e paziente ha in sé momenti di educazione terapeutica in un percorso umanamente infinito.
"Il contatto 'fisico' tra team e paziente può durare pochi minuti. Ma chi ha il diabete vive tutta la vita, in una relazione 'virtuale con quei momenti e con il suo team medico" dice Carboni; "tra gli impegni del team medico c'è proprio conoscere e saper gestire anche questa relazione virtuale". I risultati? Sono ottimi sotto ogni profilo. "Sul fronte del paziente" nota Nicoletta Musacchio, diabetologa presso l'Ospedale Bassini di Cinisello Balsamo "studi di lungo termine confermano che all'educazione terapeutica corrisponde un atteggiamento psicologico del paziente che porta a una qualità della vita più elevata, a una minore incidenza e a una minore gravità delle complicanze".
E sul fronte del medico? "Non è certo una fatica in più, o una ciliegina da aggiungere alla torta della classica terapia" commenta Miselli; "con l'educazione terapeutica abbiamo riscoperto una dimensione qualificante del nostro lavoro. Sono medico perché sono in grado, o cerco, con il mio team, di essere in grado, di far divenire il paziente il vero medico di se stesso. Altrimenti... sarei solo un distributore di terapie!".
Vuoi sapere di più sulle origini dell'educazione terapeutica? clicca qui!
Ultima modifica: maggio 2001
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