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L'adolescente e il suo corpo: un rapporto problematico per tutti, ancora di più per i ragazzi con il diabete. Cosa possono fare i genitori? Apparentemente nulla, ma...

Durante l'adolescenza il corpo cresce e cambia più in fretta della mente. L'adolescente si trova così a 'indossare', quasi sempre con scarsa soddisfazione, un corpo 'nuovo'. Senza eccezione, gli adolescenti si trovano, 'brutti', insufficienti.
In questa fase della vita diventa importantissimo il confronto con i modelli accettati dal gruppo: tutto ciò che è caratteristico o personale diviene segno di 'diversità'. Anche di questo i genitori non devono preoccuparsi troppo.
"Ma nemmeno sottovalutare" fa notare Gustavo Pietropolli Charmet, docente di psicologia Dinamica presso l'università Statale di Milano.
"Questa fase di transizione comporta infatti alcuni rischi: il giovane che non percepisce il proprio corpo correttamente, non si costruisce una valida immagine corporea; riduce infatti la propria capacità di edificare immagini realistiche e finisce per logorare la percezione stessa della realtà".
La sensazione di essere diversi può far sentire l'adolescente escluso dal gruppo.
L'adolescente diabetico corre qualche rischio in meno (sono rari i casi di anoressia fra le persone con il diabete di tipo 1 e qualcuno in più, sotto il profilo sia psicologico che clinico. Sotto il profilo clinico il rischio, ben noto, è un atteggiamento spavaldo e di negazione della malattia. "I ragazzi affetti da malattie spesso si comportano come eroi: negando il limite. Questo elemento sovente è positivo, perché innesca una motivazione fortissima nel difendere la salute del corpo", ricorda Pietropolli Charmet. La tendenza dei genitori in questi casi è dar voce alle preoccupazioni, sottolineando i vincoli che il diabete comporta. Si crea una assurda divisione fra i genitori 'avvocati della malattia' e il ragazzo 'difensore della salute'. Da questa situazione - che va assolutamente evitata - gli adolescenti potrebbero uscire solo emancipandosi dalla famiglia ma a prezzo di rinnegare la malattia oppure di accettare, anzi, promuovere forme estreme di dipendenza dai genitori, in particolar modo dalla figura materna. "In questo ultimo caso si ricostituisce una simbiosi protettiva che garantirà anche un rispetto assoluto della terapia" nota Pietropolli Charmet, "ma che è deleteria dal punto di vista della crescita e della capacità di lotta contro la malattia, arrivando a pregiudicare il processo di autonomia del giovane". Cosa devono fare allora i genitori? Prima di tutto appoggiare in mille modi il processo di appropriazione del suo corpo da parte del figlio, non insistere più dello stretto necessario sull'aspetto specifico della patologia (che in realtà non è così importante: il 90% dei problemi che l'adolescente in-contra non deriva dal diabete) e accettare anche qualche 'sconto' sulla terapia.
"Più che inneggiare alla prudenza e alla sottomissione al principio della cura", continua lo psicologo milanese, "i genitori devono appoggiare un processo di evoluzione che può prendere strade diverse".

Ultima modifica: maggio 2001

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