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Il diabete rivoluzionario
Leggendo gli articoli che appaiono su questo numero di Modus mi viene in mente, come medico ospedaliero e come diabetologo, qualche riflessione. In fondo, solo dopo vent'anni dall'introduzione dell'autocontrollo della glicemia noi medici 'specializzati nel diabete' abbiamo colto pienamente le conseguenze e il significato che questo nuovo modo di curare aveva e ha.
Leggendo il bell'articolo sull'educazione terapeutica, molti pazienti si stupiranno di vedere i diabetologi porre in discussione i cardini stessi della relazione medico-paziente. Il diabete è una condizione 'rivoluzionaria', per usare una parola in voga un tempo.
Estremizzando un poco, possiamo dire che solo il paziente può 'curare' il suo diabete. Questo non significa che lo farà da solo: ha bisogno di una relazione con lo specialista ma anche con le infermiere e il personale del Centro, con il suo Medico di Medicina Generale, con i familiari, con il farmacista, spesso con altri che a vario titolo possono aiutarlo: altri diabetici, persone che operano nelle reti di assistenza socio-sanitaria...
Il diabetologo che vuol far bene il suo mestiere è anche un professionista della comunicazione e della motivazione: deve costruire nuovi rapporti e coordinamenti fra tutte le figure che a vario titolo possono interagire con il paziente. Ecco cadere insieme il mito del medico specialista come 'monopolista del sapere' e della struttura di vertice, l'Ospedale, come unico luogo della cura.
Come tutte le rivoluzioni anche quella imposta dal diabete (o meglio dalla cura del diabete) non si ferma. Oggi qualcuno si chiede: "Cosa dobbiamo 'curare'?". Quale parametro è indice del successo di una terapia? La funzionalità delle betacellule? L'equilibrio glicemico? La mancanza/presenza o la gravità delle complicanze? O piuttosto la qualità della vita del paziente?
Scegliere quest'ultimo parametro non è un cambiamento da poco: la persona con il diabete ha il diritto di vivere la vita come vuole.
Il Team medico può e deve dare degli strumenti tecnici e culturali, trasmettere conoscenze, instillare dei dubbi, essere pronto quando il paziente si trova davanti a una difficoltà.
"Vivi la tua vita", verrebbe da dire al paziente, "noi siamo qui". È il discorso implicito che ogni coppia di genitori fa ai figli ormai grandi. Come tradurlo nello schema medico senza che diventi una comoda scusa per non fare abbastanza? Come evitare che il rispetto per le scelte del paziente si tramuti in disinteresse?
Quanti dubbi, quante incertezze si incontrano nel fare questo mestiere! Ma in fondo è un buon segno. Difficilmente un medico è incerto davanti a un pancreas o a un referto di laboratorio. Questi dubbi ci confermano che siamo davvero in relazione con delle persone. Che siamo, insomma, sulla strada giusta.
Umberto Valentini
Ultima modifica: maggio 2001
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