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Il passaggio all'insulina

Il passaggio da una terapia a base di ipoglicemizzanti all'insulina è psicologicamente difficile e comporta nuove attenzioni, ma consente di raggiungere ottimi livelli di controllo e offre alcuni margini di libertà a chi impara a gestirsi.

Uno dei cambiamenti che il paziente diabetico può incontrare sulla sua strada è il passaggio dalla terapia con ipoglicemizzanti a quella con l'insulina.
Un passaggio che si rende necessario quando la terapia iniziale (pillole, dieta ed esercizio fisico) si dimostra insufficiente a mantenere l'equilibrio glicemico.
Dal punto di vista del paziente, il passaggio è difficile. È inutile negarlo. L'insulina è una proteina che il nostro organismo produce in condizioni normali; un farmaco fisiologico, naturale. Purtroppo, però, non può essere presa per bocca (altrimenti gli enzimi contenuti nello stomaco la renderebbero inutilizzabile) ma va iniettata sottocute e deve essere mantenuta a una temperatura compresa fra i 2 e i 20 gradi. Con il passaggio all'insulina, per il paziente di tipo 2 entrano nuove abitudini nella routine giornaliera: alle iniezioni, generalmente tre o quattro al giorno, si aggiunge la necessità di controllare la glicemia. La persona con il diabete conosce per la prima volta un fatto paradossalmente opposto a quello dell'iperglicemia: il rischio di una crisi ipoglicemica.
"Sottovalutare questi aspetti è inutile, così come è inutile 'imporre' al paziente il passaggio all'insulina" nota Donatella Bloise, diabetologa, membro del coordinamento del GISED (Gruppo Italiano di Studio per l'Educazione sul Diabete).
Dopotutto la persona con il diabete e il Team diabetologico hanno gli stessi obiettivi: uno di questi è il miglioramento del profilo glicemico.
"Il 'passaggio' non viene attuato da un giorno all'altro: generalmente il medico preannuncia l'ipotesi con anticipo, un po' per dar tempo al paziente di adattarsi all'idea, un po' per rivalutare la situazione, dal momento che spesso esiste la possibilità che una attenzione maggiore alla dieta e un esercizio fisico più vicino a quello consigliato riescano a ottenere dei risultati che prima non erano stati raggiunti" spiega la Bruttomesso. Laddove gli ipoglicemizzanti non funzionano, l'insulina può dimostrarsi una soluzione efficace; la quantità giornaliera viene distribuita in 3 o 4 iniezioni. Insuline diverse esprimono i loro effetti in tempi differenti: le rapide e ultrarapide immediatamente dopo la somministrazione e per breve tempo; le lente e ultralente, invece, hanno effetto almeno 90 minuti dopo l'iniezione e per molte ore.
"Dosando l'insulina correttamente è possibile 'mimare' il funzionamento del pancreas sano, in modo da ottenere un profilo glicemico vicino, soprattutto nei momenti critici del dopo pasto, a quello ideale" afferma Donatella Bloise.
I risultati si vedono: pazienti che, nonostante le pillole e le diete, trovavano sul display del loro reflettometro valori di 200 o 300, riscontrano, magari per la prima volta da quando hanno iniziato l'autocontrollo, glicemie normali.
"Nessun medico chiederebbe al suo paziente un cambiamento importante come il passaggio all'insulina, se non avesse la certezza, e noi l'abbiamo, confermata oltre ogni dubbio da decenni di studio e dalla nostra pratica di ogni giorno" tiene a sottolineare Daniela Bruttomesso, "che un buon equilibrio glicemico previene l'insorgenza delle complicanze o ne ritarda la progressione. È stato dimostrato che la riduzione del 10% del valore di emoglobina glicosilata (è un test che esprime una 'media' della situazione glicemica degli ultimi due mesi) qualsiasi sia il valore di partenza, permette di ridurre del 25-40% il rischio di sviluppare complicanze a carico degli occhi, dei reni, dei nervi. Il buon controllo glicemico va quindi ricercato in tutti i pazienti, compresi i diabetici di tipo 2, ricorrendo, se necessario, alla terapia insulinica".

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Ultima modifica: ottobre 2001

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