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Non ce la faccio

"Non me la sento", "non sono in grado...". Sensazioni di questo tipo sono frequenti e negative perché riducono la nostra autostima e ci impediscono di seguire le indicazioni del medico. Come combatterle? Parlano gli psicologi.

"Non ce la faccio, non ce la farò mai". Quante volte capita di sentirsi inadeguati davanti alla prospettiva di uno sforzo fisico? Da qualche anno questa sensazione ha un nome: scarsa "autoefficacia".
"Il concetto di self-efficacy, che noi traduciamo con autoefficacia, è nato nel 1977", spiega Marco Guicciardi, Docente di Psicologia dello sport presso la facoltà di Scienze della Formazione dell'Università di Cagliari, "e può essere definito come la fiducia che una persona ripone nelle proprie capacità di eseguire con successo un compito".

Difficoltà soggettive
L'autoefficacia è sempre relativa a una persona e a un obiettivo. Una cosa è scalare una montagna, un'altra dover fare tre piani di scale perché l'ascensore si è rotto. In qualche misura la sensazione di "potercela fare" dipende anche dalle condizioni fisiche del soggetto. "Ma se prendiamo in considerazione le sfide poste nella vita normale, la problematica è soprattutto soggettiva", spiega Guicciardi.
Insomma: solo un atleta ben allenato può pensare di portare a termine una maratona, ma la corsetta per prendere l'autobus o la camminata a piedi tornando dal lavoro rientra nelle possibilità di quasi tutte le persone, diabetici compresi. "È in questi casi", commenta Guicciardi, "che l'autoefficacia diventa una variabile molto importante, perché le convinzioni di efficacia influenzano i modi di pensare, la scelta delle azioni da intraprendere, la perseveranza di fronte agli ostacoli, il grado di coinvolgimento e d'impegno nel compito, la capacità di resistere alle avversità, sino a riflettersi sull'umore". In sostanza non solo molte singole scelte, ma i nostri stessi rapporti con le persone sono mediati dalla sensazione di "farcela".

Eppur non si muove
"La sensazione di non essere in grado di cogliere le sfide che una vita normale ci pone può avere delle conseguenze serie. Il corpo è il mezzo attraverso il quale ci esprimiamo e ci presentiamo agli altri, il concetto di sé fisico rappresenta una componente rilevante dell'identità e dell'autostima", interviene Maria Paola Bachis, psicologa, laureata all'Università di Cagliari con una tesi dedicata proprio a questi concetti.
La riduzione dell'efficacia fisica è una sensazione ben nota nelle persone che scoprono di essere diabetiche in non più giovane età: "In questi casi i medici consigliano giustamente di praticare qualche ora alla settimana di attività fisica", ricorda Guicciardi, "ma è altrettanto noto che questa parte della terapia viene seguita meno di altre. E la ragione risiede nello scarso livello di autoefficacia del soggetto. Infatti, nonostante i benefici di una costante attività fisica siano noti da tempo, ben pochi fanno moto con regolarità e quando iniziano un programma di attività, spesso lo terminano prima di avere acquisito i benefici sperati".

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Ultima modifica: marzo 2002

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