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Quando inizia il diabete
Alterata omeostasi della glicemia, insulinoresistenza, IGT… nomi difficili per condizioni che possono o meno evolvere in diabete, ma che comportano un aumentato rischio cardiovascolare. Ma una cosa è certa: queste forme vanno trattate il più presto possibile soprattutto migliorando le proprie abitudini di vita.
Quando "inizia" il diabete? La domanda non è oziosa. Come molte altre patologie croniche, il diabete di tipo 2 ha un andamento lento, tanto che diventa difficile capire quando si può davvero parlare di "diabete".
"In grande sintesi possiamo dire che non solo si può, ma si deve, parlarne sempre più presto: seguendo con attenzione anche quelle che possono essere definite le fasi precoci della patologia", afferma Marco Manzoni, Diabetologo dell'Ospedale San Raffaele di Milano.
Nel 1997 l'American Diabetes Association (ADA) ha consigliato un approccio più attento verso le forme iniziali di diabete, portando la soglia a partire dalla quale si può parlare di diabete vero e proprio da 140 a 126 mg/dl di glucosio nel plasma a digiuno. Un criterio adottato, non senza discussioni, dalla Società Italiana di Diabetologia e dall'Associazione dei Medici Diabetologi.
In realtà, nel soggetto sano la glicemia a digiuno dovrebbe essere ancora più bassa: 110 mg/dl. Anche su questa area intermedia tra 110 e 126 mg/dl, definita "alterata omeostasi del glucosio" (detta anche IGT dalla sua sigla inglese), si concentra l'attenzione della ricerca.
Un po' di diabete
Studi recenti hanno mostrato che un'omeostasi alterata del glucosio ("un po' di diabete", come lo definiscono alcuni pazienti) può essere sufficiente per arrecare danni paragonabili agli effetti del diabete, soprattutto per quanto riguarda le complicanze cardiovascolari. A questo punto ha senso parlare di soglie? "In ogni caso", nota Manzoni, "una cosa è avere 140, un'altra 115 mg/dl di glicemia. A livelli soglia diversi fanno seguito diagnosi e quindi terapie e prognosi diverse. Deve essere chiaro, però, che non esiste un "quasi diabete", ma semplicemente esistono livelli diversi della stessa malattia".
In un certo senso le complicanze cardiovascolari (ischemia, infarti, ictus) e il diabete di tipo 2 con le sue complicanze tipiche (nefropatia, retinopatia, neuropatia, piede diabetico) sono rami diversi dello stesso tronco, e questo tronco è una condizione complessa ma estremamente comune.
Sordi all'insulina
"In questi anni è emersa in tutti i suoi aspetti una condizione - definita sindrome X - che accomuna obesità, omeostasi alterata del glucosio, ipertensione arteriosa e dislipidemia con aumento del tasso di trigliceridi [i grassi comuni] e diminuzione del cosiddetto colesterolo 'buono', cioè la lipoproteina HDL", afferma Franco Gregorio, specialista del Centro Antidiabetico dell'Ospedale di Fabriano. Protagonista di questa sindrome, che è assolutamente priva di sintomi, è l'insulinoresistenza: "un fattore centrale per l'insorgenza delle complicanze cardiocircolatorie", spiega Gregorio.
L'insulinoresistenza può essere definita come una "sordità all'insulina" da parte dei tessuti. In pratica il tessuto insulinoresistente (tipicamente il grasso) ha bisogno di un "volume alto" di insulina per assorbire il glucosio presente nel sangue. Alcuni studi stanno iniziando a valutare se questi alti tassi di insulina nel sangue non svolgano un ruolo nella malattia cardiovascolare. È già invece chiaro come l'insulinoresistenza provochi facilmente iperglicemie (l'insulina prodotta non basta a "spazzare via" il glucosio che resta nel sangue). Le arterie "irritate" dall'eccesso di glucosio provocano crepe nelle quali si fermano i grassi formando ostruzioni.
"Ma l'esperienza insegna che molti diabetici soffrono di retinopatia già al momento della diagnosi. È facile pensare che questa complicanza microvascolare - che richiede anni per svilupparsi - si sia determinata in una fase di "semplice" ridotta tolleranza al glucosio", avverte Gregorio, che affianca all'attività di medico quella di ricercatore.
"D'altra parte", continua il Diabetologo marchigiano, "se tutti i diabetici di tipo 2 attraversano una fase prediabetica, non tutte le glicemie alterate sfociano, anche in assenza di interventi, nella malattia conclamata". Quanti? Le stime variano dal 10 al 50%.
L'articolo continua
Ultima modifica: marzo 2002
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