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Quando misurare la glicemia
I conti insomma non tornano, e questo forse accade anche per una ragione semplice, sebbene scomoda per gli ospedali, i Centri di diabetologia e in genere di analisi (che preferiscono lavorare a pieno ritmo la mattina): misurare la glicemia a digiuno, e quindi nel primo mattino, serve fino a un certo punto.
Occorrerebbe misurare la glicemia anche dopo pranzo ("postprandiale") per vedere se l'organismo ha saputo reagire correttamente al "carico" di glucosio presente nel pranzo producendo la quantità di insulina necessaria e se questa ha svolto il suo ruolo assorbendo il glucosio nelle cellule.
Gregorio sottolinea: "L'iperglicemia dopo i pasti è un valore molto prezioso per pronosticare un'evoluzione verso il diabete e, al contrario del test da carico di glucosio - il beverone con 75 grammi di zucchero - dà indicazioni più valide sui picchi glicemici nell'ambito della vita di tutti i giorni".
Quando agire?
La risposta è: il più presto possibile. Come reagire? "Niente farmaci ma semplici misure tese a migliorare lo stile di vita, fondamentalmente passando a un'alimentazione più equilibrata e dedicandosi a un'attività fisica degna di questo nome", risponde Franco Gregorio. La dieta e soprattutto lo sport non solo riducono la percentuale di tessuti grassi, migliorano la pressione e tutti i parametri dell'attività cardiaca, "ma migliorano anche, immediatamente, la sensibilità dei tessuti all'insulina", ricorda Gregorio.
Quanto alla dieta si tratta di mantenere il giusto rapporto tra le componenti dell'alimentazione. Questo significa ridurre drasticamente i dolci (soprattutto fuoripasto), ma anche le proteine. Meno carne, formaggi, uova e pesce (due porzioni la settimana ciascuna) e più verdura e frutta (almeno tre volte al giorno), mentre pasta e pane non hanno controindicazioni se non per chi deve ridurre il peso.
Modificare subito lo stile di vita
"Una terapia farmacologica in queste prime fasi della patologia non solo è inutile, ma può anzi essere dannosa: gli ipoglicemizzanti orali della classe delle sulfoniluree, per esempio, peggiorano l'insulinoresistenza. E' presto per dire se i nuovi farmaci che aumentano la sensibilità all'insulina abbiano un effetto tangibile sul decorso dell'omeostasi alterata del glucosio. Il discorso è diverso se il paziente - come accade non di rado - oltre all'insulinoresistenza e all'IGT ha anche la pressione alta. Curare tempestivamente un'ipertensione arteriosa riduce del 55% il rischio di infarto del miocardio, ritarda l'insorgenza e diminuisce la gravità della nefropatia diabetica". Manzoni mette comunque in guardia contro la precipitosa fiducia nel farmaco miracoloso: "È importante che il paziente incominci subito a modificare il proprio stile di vita al fine di evitare il passaggio al "livello soglia" successivo". Giovane ma con una grande esperienza clinica, Manzoni sa bene come la pillola "uccida" la dieta e l'esercizio fisico. "Il paziente si illude che non sia necessario modificare lo stile di vita ma, semplicemente, assumere un farmaco per risolvere tutti i propri problemi".
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Ultima modifica: marzo 2002
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