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Marco Comaschi, presidente dell'Associazione dei Medici Diabetologi
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Perché è importante saperlo prima
Da una leggera insulinoresistenza al diabete. Una progressione lenta che è sempre possibile fermare e invertire. Ma quando si inizia a intervenire, alcuni danni sono già fatti.
A rigore si dovrebbe parlare 'dei diabeti'; al plurale, non al singolare. "Si definisce 'diabete' un insieme di patologie, assai diverse per origine e tipologia, che hanno un comune denominatore: innalzano la concentrazione di zucchero nel sangue: la glicemia", spiega Umberto Di Mario, presidente della Società Italiana di Diabetologia, "sul lungo termine, parliamo di diversi anni, una glicemia troppo alta - detta iperglicemia - danneggia i vasi sanguigni provocando una lunga serie di patologie specifiche del diabete che danneggiano gli occhi, i reni, i nervi, i piedi e facilitano infarti e ictus", continua Di Mario.

Umberto Di Mario, presidente della Società Italiana di Diabetologia
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Resistenza all'insulina
Lo zucchero nel sangue dovrebbe essere solo 'di passaggio'. Proviene dall'alimentazione: (dolci e carboidrati come pasta, pane, riso etc.) dal fegato o dai tessuti (che ne fanno scorta) e attraverso la circolazione sanguigna raggiunge una per una tutte le cellule del corpo che lo utilizzano come 'carburante'. In teoria tanto zucchero 'entra' nel sangue, tanto 'ne esce'. E così infatti accade nell'organismo sano nel quale la glicemia è sempre entro certi valori. Il fatto è che per 'entrare' nelle cellule, lo zucchero ha bisogno di una 'chiave': un ormone chiamato insulina prodotto dal pancreas. Per mantenere la glicemia stabile il pancreas produce esattamente la quantità di insulina necessaria a far entrare nelle cellule lo zucchero presente nel sangue.
"Molto spesso però le cellule si comportano come se 'resistessero' all'azione dell'insulina", afferma Marco Comaschi, presidente dell'Associazione dei Medici Diabetologi, che sottolinea come l'insulinoresistenza sia strettamente collegata al sovrappeso-obesità e ad altri fattori di rischio come ipertensione o dislipidemie. Aumentando progressivamente (fino a raddoppiarla o triplicarla) la produzione di insulina, il pancreas compensa per alcuni anni la 'insulinoresistenza'. Lontano dai pasti il pancreas riesce a mantenere un equilibrio, ma dopo un pasto, che significa una ingestione di zuccheri, l'organismo fa fatica a spazzare via il glucosio.
Un po' di iperglicemia, dopo i pasti
È per questo che il primo indizio di un possibile futuro diabete è la iperglicemia postprandiale definita IGT o ridotta tolleranza al glucosio.
Dopo alcuni anni, se non si interviene, il pancreas smette di 'fare gli straordinari' e la produzione di insulina scende. A quel punto si può notare un eccesso di zuccheri nel sangue anche a digiuno (tipicamente la mattina presto). Se la glicemia è superiore a 110 mg/dl ma inferiore a 126 si parla di 'alterata glicemia a digiuno' (la sigla inglese è IFG). Se è superiore a 126 invece si parla di diabete vero e proprio.
Nella maggior parte dei casi il paziente - diagnosticato in questa fase - riesce a fermare l'evoluzione della patologia contrastando l'insulinoresistenza, riducendo l'apporto di glucosio e il suo consumo. Si parla allora di un diabete 'controllato'. Se non si interviene la produzione di insulina potrebbe scendere sempre di più. A quel punto diventa necessario 'aiutare' il pancreas assumendo dall'esterno quell'insulina che non riesce più a produrre. Il paziente viene quindi 'insulinotrattato'.
Un invito per tutti: controllate la glicemia una volta ogni tanto dai trenta anni in su
"Queste distinzioni sono importanti per i medici, ma non devono sviare il paziente. IGT, IFG e Diabete vero e proprio, perfino l'insulinoresistenza... sono tutte condizioni che intaccano il sistema cardiocircolatorio. Una diagnosi di 'pre-diabete' è un campanello d'allarme che squilla un po' prima", ricorda Di Mario.
"In altre parole ogni prima diagnosi di diabete è una diagnosi fatta in ritardo", nota Comaschi, che dirige il dipartimento di Medicina interna del presidio ospedaliero Genova Ponente, "almeno dieci anni di iperglicemie sono passate inosservate". Ne consegue l'invito caldo rivolto "a tutta la popolazione, davvero a tutti", a controllare periodicamente la glicemia.
Chi cura il Diabete? Il paziente con il diabete può decidere se farsi seguire solamente dal Medico di Medicina Generale, solamente dalla struttura specializzata (Centro Antidiabetico o servizio di diabetologia: sono circa 650 in tutta Italia) o da tutti e due. Nei fatti il 65-70% dei pazienti è seguito interamente da strutture specialistiche, senza coinvolgere il medico di Medicina Generale. "L'approccio più recente vede una collaborazione fra strutture specialistiche e medici 'di base", afferma il presidente della AMD, "i Medici di base segnaleranno i casi ai Centri e collaboreranno nella gestione attraverso frequenti visite periodiche verificando il controllo glicemico, l'applicazione della terapia e rinforzando l'educazione e la motivazione del paziente. Il Centro definirà e adeguerà il piano educativo, dietologico e terapeutico impostando una agenda di controlli e seguendo il paziente con visite periodiche".
Ultima modifica: ottobre 2002
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