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Annalisa Saggio psicologa presso il Centro di Diabetologia Pediatrica dell’Azienda Policlinico di Catania ha organizzato Gruppi di auto-aiuto per genitori ed ‘elaborazione del lutto’ dopo la diagnosi di diabete mellito tipo 1.

Lo staff di Endocrinologia Pediatrica del Policlinico universitario di Catania.
 
Da sinistra: Concetta Latina, Dietista; Melina Ingegnosi, Dottoranda in Scienze Pediatriche; Manuela Caruso, Docente al Dipartimento di Pediatria del Policlinico Universitario
 
Donatella Lo Presti, associato; Maria Grazia Andaloro, Specializzanda in Scienze Pediatriche e Annalisa Saggio, Psicologa del Centro di Endocrinologia Pediatrica.
 
«È come se mi fosse caduta una tegola sulla testa» dicono spesso i genitori di bambini e ragazzi all’esordio del diabete. È normale che la difficoltà di associare l’idea di bambino o giovane a quella di una condizione cronica crei uno sconforto è tale da non riuscire a comprendere le informazioni più semplici.
«La malattia irrompe all’improvviso all’interno della famiglia sconvolgendo gli equilibri relazionali e affettivi e creando vissuti angoscianti di fronte ai quali vengono messi in atto meccanismi di difesa di vario genere: la negazione, il rifiuto, la rabbia, la proiezione della colpa e dell’aggressività, l’isolamento», afferma Annalisa Saggio psicologa presso il Centro di Diabetologia Pediatrica dell’Azienda Policlinico di Catania, «queste sensazioni molto forti e negative spesso mediano il rapporto con la realtà rendendo difficile l’adattamento alla nuova situazione e che inevitabilmente si riflettono sul vissuto della malattia da parte del figlio condizionandolo negativamente per il futuro».
Partendo da queste considerazioni, nel tentativo di offrire un aiuto ai genitori nel difficile momento dell’accettazione della diagnosi, la psicologa del team diabetologico catanese ha organizzato gruppi
di condivisione e confronto fra genitori di bambini che nei mesi precedenti (al massimo 12 mesi) avevano esordito con il diabete.
Gli incontri hanno avuto durata di due ore con frequenza mensile per un totale di 5 mesi. «Volevamo favorire il confronto tra persone accomunate dallo stesso problema consentendo loro di uscire dall’isolamento raccontando il proprio vissuto e mettendo insieme sofferenze e conquiste. In questo modo abbiamo costruito un contesto nel quale ciascuno ha avuto la possibilità di esprimere liberamente i propri sentimenti, sviluppare la capacità di riflettere sul proprio comportamento, aumentare la capacità di affrontare i problemi e la stima di sé», spiega Annalisa Saggio,
Gli incontri sono serviti anche a definire alcuni aspetti tipici del vissuto dei genitori. Per esempio la rabbia vero se stessi verso chi non ha diagnosticato in tempo la malattia verso i parenti che non hanno capito la drammaticità del problema e tendono a minimizzare la situazione.
Questi vissuti provocano una reazione di isolamento e di chiusura: «Nessuno può capire il mio dolore». Una mamma racconta questa esperienza dicendo di essersi chiusa col figlio in una fortezza e di aver ‘messo i coccodrilli nel fossato’ per difendersi dalle aggressioni esterne.
«I sensi di colpa e la sensazione di isolamento hanno come conseguenza un atteggiamento di espiazione e di risarcimento verso il figlio che viene visto fragile, indifeso e minato dalla malattia» nota Annalisa Saggio, «ogni aumento del tasso glicemico viene vissuto con sensi di colpa perché è sentito come un’ulteriore conferma della propria inadeguatezza. I sensi di colpa si traducono in atteggiamenti iperprotettivi o di eccessiva indulgenza che possono creare nel bambino insicurezza e sfiducia, ostacolando il cammino verso l’autonomia».
Ascoltando quello che è stato raccontato nel corso degli incontri, si capisce come il diabete stravolga le vecchie abitudini. La madre si sente come l’unica che può capire e soddisfare i bisogni e le esigenze del figlio: «Si assiste a una sorta di regressione in cui si ricrea la simbiosi madre-figlio con conseguenze deleterie per lo sviluppo del bambino. In questa situazione diventa determinante l’atteggiamento della figura paterna che può ridimensionare l’atteggiamento iperprotettivo delle madre», nota Annalisa Saggio. Conseguente a questo approccio iperprotettivo è il timore di quel che accadrà ‘quando io non ci sarò più’ o comunque quando il figlio sarà al di fuori della potestà dei genitori. «I genitori delineano un quadro pessimistico di quello che sarà la vita del figlio e, in preda a questo tipo di angoscia, dimenticano di affrontare i problemi del presente, coltivando aspettative irrealistiche su ventilate possibilità di guarigione», conclude la Saggio.

 
 
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