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Prognosi non più riservata

I nuovi approcci terapeutici nei confronti dell’infarto acuto del miocardio si sono rivelati efficaci per tutti i pazienti, ma ancora di più per le persone con il diabete. Risultato: la prognosi del diabetico infartuato si sta allineando con quella della popolazione generale.

 
VALERIA MANICARDI, Valeria Manicardi, Direttore del Dipartimento di Medicina presso l’Ospedale di Montecchio (AUSL Reggio Emilia). Attenta alle problematiche dell’educazione del paziente è tra gli ideatori del progetto Diabete per capirsi. (www.modusonline/immigrati)

Erano spesso ‘brutti infarti’ quelli sviluppati dalle persone con il diabete. “Oltre a rischiare più degli altri un evento cardiovascolare, il diabetico era caratterizzato da una maggiore mortalità in fase acuta e da decorsi molto più difficili e complicati”, ricorda Valeria Manicardi, Direttore del Dipartimento di Medicina presso l’Ospedale di Montecchio (AUSL Reggio Emilia).
La diabetologa e internista usa il passato in quanto oggi “forse siamo ad una svolta”, afferma con ottimismo, “avere il diabete continua a essere una condizione che rende più probabile lo sviluppo dell’infarto – e su questo occorre lavorare intensamente - ma non sono infarti ‘più pericolosi’ della media”.
Cosa è successo?
“La cardiologia ha fatto passi da gigante in questi dieci anni, e i Diabetologi sono entrati nelle terapie intensive”, ricorda la Manicardi che prima di lavorare a Montecchio ha diretto il centro di Diabetologia dell’ospedale di Correggio ed è stata particolarmente attiva nel Gruppo di Studio di epidemiologia della SID, “intervenendo tempestivamente, adottando massicciamente tecniche invasive e terapie farmacologiche vecchie e nuove che si sono rivelate molto efficaci su tutta la popolazione ma ancora di più nei diabetici e controllando con attenzione la glicemia”.
Oggi l’ infarto è trattato in fase acuta con una serie di armi…
Prima di tutto l’angioplastica (il famoso palloncino che riapre le coronarie, ndr) sempre più utilizzata su tutti i pazienti con infarto esteso diabetici e non diabetici. Effettuata nelle prime ore dopo l’evento riapre rapidamente l’arteria occlusa e questo ha ulteriormente ridotto la mortalità, dopo che la terapia trombolitica con rt-PA - un farmaco che scioglie il trombo che chiude l’arteria coronaria,ndr - utilizzata ormai da 20 anni, aveva migliorato la prognosi della fase acuta ,dando ottimi risultati anche nei diabetici.
E i nuovi Farmaci?
I nuovi trombolitici , come gli inibitori delle glicoproteine IIb IIIa, che servono a scogliere i trombi che bloccano le coronarie togliendo nutrimento al tessuto cardiaco, sono più efficaci nei pazienti diabetici, che possiedono più recettori per queste molecole.
E tra i vecchi farmaci, a cosa fa riferimento?
“Pensiamo agli ACE-inibitori, ai betabloccanti, alle statine. Sono utilizzati nella fase acuta dell’infarto in unità coronarica con ottimi risultati in tutti i pazienti, ma ancora più marcati nella popolazione diabetica.
Ma non sarà anche che in passato, data la prognosi più infausta, certi approcci non venivano nemmeno tentati con il paziente diabetico?
Difficile rispondere a una domanda di questo tipo. Una selezione di questo genere forse avveniva. I Beta-bloccanti o le terapie trombolitiche sono stati per anni sottoutilizzati nei Diabetici…. La stessa angioplastica era meno utilizzata nel diabetico con infarto in fase acuta. Invece in contesti come la rete cardiologica di Reggio Emilia dove l’angioplastica è effettuata di routine, i risultati confermano che le persone con il diabete rispondono bene come gli altri pazienti al trattamento, soprattutto oggi che nel vaso riaperto è possibile posizionare gli ‘stent meccanici ’ e gli ‘stent medicati’ per impedirne la riocclusione .
Cosa intende quando dice che i diabetici ‘rispondono bene’ a una terapia. Che sopravvivono alla fase acuta?
Sopravvivono alla fase acuta e conservano una buona contrattilità cardiaca, con ottime possibilità di una migliore qualità di vita.
L’infartuato diabetico non è più ‘all’ultimo banco'
La nostra esperienza sembra dirci questo. La provincia di Reggio Emilia è un buon osservatorio anche epidemiologico in quanto dispone di una rete cardiologica coordinata nella quale tutti i centri di cura e assistenza seguono lo stesso protocollo e condividono gli stessi dati. E’ stato possibile quindi seguire tutti i mille pazienti (di cui 200 Diabetici) che hanno subito un infarto nel 2000-2001 nella nostra provincia e valutarne l’esito in fase acuta e al primo anno di follow-up, quasi come se fossero stati seguiti dallo stesso reparto o team : un paziente su quattro ha fatto un’angioplastica, ed uno su tre ha fatto la trombolisi, senza differenze tra Diabetici e non Diabetici.
Il risultato?
La prognosi degli infartuati diabetici è divenuta eguale a quella dei non diabetici (mortalità del 5-6% in fase acuta) Avere il diabete insomma non rende la situazione più grave. Questo a patto che l’intervento sia tempestivo e che siano adottate a 360° tutte le terapie del caso.
Che ruolo hanno i diabetologi in questa evoluzione
Un ruolo importante: la collaborazione fra diabetologi e cardiologi è sempre più stretta non solo a livello scientifico ma nella prassi di ogni giorno. Oggi c’è molta più attenzione da parte dei Cardiologi alla iperglicemia ed al compenso del diabete, per cui è diventato normale per il Diabetologo essere chiamato in Unità coronarica , per farsi carico del paziente diabetico con infarto, da trattare intensivamente finchè è ricoverato e da seguire attentamente quando dimesso.
Come mai?
E’ noto che l’infarto provoca gravi rialzi della glicemia, e l’iperglicemia correla con una maggiore mortalità. Questo aspetto oggi è seguito con molta attenzione anche in terapia intensiva. Alcuni studi hanno dimostrato che l’esito di un infarto in fase acuta migliora se la glicemia viene controllata rapidamente ed in modo ottimale con terapia insulinica , e se si mantiene nel tempo questo controllo. Il lavoro del diabetologo rimane comunque soprattutto la prevenzione cardiovascolare.
In questo campo c’è ancora molto da fare?
Moltissimo. Vede, negli ultimi 25 anni le malattie cardiovascolari (l’infarto del miocardio, l’ictus) sono diminuite nella popolazione generale ma non nei diabetici. Nelle donne con diabete anzi, il rischio è aumentato. Insomma l’attenzione e la cura dei fattori di rischio cardiovascolari (fumo, colesterolo, ipertensione, obesità, compenso metabolico) va ancora intensificata per ridurre il rischio in questi pazienti. Se i Diabetici in Italia (e anche in provincia di Reggio Emilia) sono infatti circa il 4% della popolazione, i diabetici colpiti da infarto sono circa il 18-20% della popolazione infartuata: questo significa un rischio ancora oggi quadruplicato (e immodificato dagli anni 80) per un Diabetico di ammalare di Infarto. Su questo c’è ancora molto da fare.

 
 
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