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Il rapporto con il paziente

Ma perché devo andare dallo psicologo?
  
 
In Diabetologia il ruolo dello psicologo è quello di affiancare la persona che lo desidera in un percorso che lo aiuti a cogliere le opportunità offerte dal Team diabetologico e ad assumere pienamente un ruolo di protagonista e attore della terapia.

Quando si reca in un Centro di diabetologia, l’ultima cosa che una persona con il diabete si aspetta è di avere un colloquio con lo psicologo. In parte è comprensibile, prima di tutto molte persone fanno un po’ di confusione fra psicologo, psicoterapeuta e psichiatra. “Ma a cosa mi serve lo psicologo, non sono mica matto”, dicono. In secondo luogo una cosa è discutere le proprie glicemie, un’altra mettere in gioco la propria mente e personalità.
Il primo incontro quindi serve a prendere contatto con il paziente, a vedere che consapevolezza ha rispetto al problema, se riconosce di avere un problema, se è disposto ad affrontarlo insieme. In questo caso posso proporre un percorso da fare insieme.
All’interno dell’Unità operativa di diabetologia per la cura e l’educazione terapeutica del paziente degli Spedali Civili di Brescia il ruolo dello psicologo è molto preciso. L’incontro o un ciclo di incontri con lo psicologo sono previsti in linea di principio solo per le persone con diabete di tipo 1 in terapia insulinica intensiva che hanno difficoltà a gestire il trattamento.
Il mandato quindi è molto preciso, come avviene per gli altri componenti del Team. Tuttavia accade anche di dare una mano alla persona con diabete in mille altre questioni: per aiutarli a orizzzontarsi nei percorsi sanitari e burocratici, e rivedere insieme a loro aspetti concreti dell’autocontrollo glicemico o della terapia insulinica. Non sono questioni prettamente psicologiche, ma la mia formazione mi aiuta a capire cosa serve sapere a quel paziente e come metterlo in grado di capire e fare, utilizzando i mezzi di comprensione di cui dispone o dandogli informazioni che probabilmente ha già avuto ma che è necessario riprendere. Lavorando a tempo pieno nel Team posso non solo di seguire i pazienti nel corso dei colloqui programmati ma anche incontrarli mentre attendono la visita con il medico o la dietista, mantenendo così un contatto permanente.
Il fatto che l’obiettivo del mio intervento sia così preciso tranquillizza molto il paziente che non viene messo in questione come sano o malato di mente ma aiutato a meglio gestire la terapia. Rimane quindi un senso di piacevole sorpresa a scoprire che l’aspetto psicologico è preso in esame dal Team diabetologico.
In effetti capisco la sorpresa, è stata anche la mia quando, studentessa di Psicologia a Ginevra ho conosciuto per caso il Centro di educazione terapeutica fondato dal professor Jean Philippe Assal. Davvero non mi immaginavo che... posso dirlo? Forse sì, dopo tutto sono figlia di un medico... non pensavo che un medico avesse capito così a fondo la centralità del vissuto psicologico e delle rappresentazioni nel successo di una terapia. Detto fatto ho abbandonato la tesi in Criminologia e ho iniziato a lavorare con il fondatore della educazione terapeutica, mi sono laureata, ho seguito i seminari che Assal teneva e tiene in un paesino sulle montagne del Vallese e per caso ho scoperto che una delle strutture che per prima e meglio segue i dettami dell’educazione terapeutica era proprio quella degli Spedali Civili di Brescia. Ed eccomi qui. Ad approfondire l’aspetto psicologico della malattia e della relazione fra curante e paziente. Quando si organizzano gli incontri di gruppo osservo – senza interagire col gruppo – come l’operatore sanitario si rapporta ai pazienti, quali attitudini relazionali e comunicative mette in atto in modo da aiutare i colleghi infermieri, dietisti o medici a capire se e come potevano fare meglio per favorire l’interazione o l’espressione del paziente.
Tornando alla persona con diabete, spesso dopo il primo colloquio il paziente prende confidenza e si sente legittimato a presentarmi tutte le difficoltà che incontra e che rappresentano degli ostacoli alla buona gestione della malattia. La mia risposta in molti casi è assai concreta. Se qualcuno mi dice: “Mi hanno proposto di usare il microinfusore ma mi preoccupa l’idea che i miei compagni di lavoro se ne accorgano” la risposta magari è “Ma perché non lo indossi in questo modo?”. Lo psicologo non è un esperto che ‘sa qualcosa in più’ del paziente; forse possiede un metodo che gli consente di impostare una relazione ‘alla pari’ con il paziente sulla base di un progetto comune e condiviso, una vera e propria alleanza terapeutica.
Sembra semplice? In realtà dietro il mio lavoro c’è da una parte la Psicologia umanistica (‘Rogersiana’ e gestaltica) che sta alla base della tecnica del counseling e dall’altra quella stupenda riflessione collettiva che è l’educazione terapeutica. Con queste basi posso capire quale tipo di vissuto e rappresentazione della malattia stia dietro a certe affermazioni e comportamenti. Ma credo che la cosa migliore sia spezzettare il problema in tanti elementi e trovare per ciascuno una soluzione concreta. Su questa base, e rinforzato dai successi, sarà il paziente stesso a trovare l’atteggiamento giusto.

SILVIA CIACCIO, 29 anni, bresciana, si è laureata in Psicologia a Padova e ha il diploma della Scuola di Specializzazione in Educazione Terapeutica diretto da Jean Philippe Assal alla Facoltà di Medicina dell’Università di Ginevra e il diploma del basic curriculum DESG. Lavora a tempo pieno nel Team dell’Unità operativa di diabetologia degli Spedali Civili di Brescia.

 
 
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