 |
| L'infermiere in ambulatorio |
 |

Comincio da tre
 |
|
 |
Un paziente, anzi 4mila, un medico e un solo infermiere. Nei piccoli ambulatori quest'ultimo svolge mille funzioni dal prendere gli appuntamenti a organizzare e tenere corsi individuali e di gruppo. Un lavoro faticoso ma affascinante.
Essere l’infermiere di un Centro di diabetologia territoriale è un’esperienza a sè. Il ‘Team’ è facile da descrivere: il sottoscritto e un medico. Certo, se il paziente ha bisogno di specialisti lo si invia ad apposite strutture, ma la realtà è questa. Il sottoscritto Giuseppe Bruno e un medico da una parte; 4500 pazienti ‘iscritti’ dall’altra. Venticinque visite al giorno, quasi tutte programmate. Il punto di forza della diabetologia territoriale è la accessibilità. Molte persone non prendono nemmeno il telefono, escono e vanno al Centro, dove c’è Beppe. In una realtà come la mia, ne parlo perché so che sono diverse, l’infermiere professionale svolge una parte importante dell’assistenza alla persona con diabete: dai test all’educazione del paziente su autocontrollo, terapia insulinica ed educazione comportamentale: esercizio fisico, perfino qualche nozione di alimentazione. È compito dell’infermiere calare la terapia nella vita quotidiana del paziente e rispondere a tutti gli interrogativi che si pongono. Questo significa conoscere bene i pazienti, ed è facile perché io sono qui da dieci anni, da quando questo Servizio è stato creato e con molti di loro siamo cresciuti insieme. Significa anche trovare i modi per trasferire delle informazioni e dei concetti, esempi, paragoni... alternare corsi di gruppo, anche 20-25 persone, e incontri individuali. Ho girato diversi reparti in ASL prima di arrivare qui e posso dire che non c’è paragone fra il tipo di lavoro che l’infermiere può fare in Diabetologia e negli altri settori. Dico ‘può’ ma dovrei dire ‘deve’ perché il carico di lavoro è tale da lasciare poca scelta a lui e ai medici. Le responsabilità delegate all’infermiere sono grandissime. Gli infermieri specializzati in Diabetologia hanno voglia di lavorare. Devono averla, perché in questo campo si ‘fatica’ di più, si è messi molto più in gioco anche sul piano psicologico, si deve studiare di più. Dicevo, si è messi ‘in gioco’ anche emotivamente. Io sono felice quando vedo che – magari anche grazie ai miei consigli – una persona con diabete perde peso o inizia a fare esercizio fisico e la vedi tornare più tonica, con glicemie migliori, o semplicemente più serena perché l’hai aiutata a capire meglio se stessa e il diabete. Viceversa, è un duro colpo quando nonostante i nostri sforzi le complicanze si manifestano in forma grave. Lo so, non dovrei prenderla sul personale. L’essenziale è fare quello che si può. So bene che solo chi ha il diabete può davvero decidere di intraprendere una strada che riduce i rischi o ritardi la comparsa di complicanze. Ma so anche come noi del Team dobbiamo lottare contro una marea di cattive informazioni, leggende, credenze che è difficile sradicare, che tu pensavi sepolte e invece ti ritornano attraverso il paziente che se le sente ripetere e finisce per credere davvero che non può mangiare le mele o che l’esercizio fisico gli fa male. È strano come in vent’anni di vita (non parlerei certo di carriera) come infermiere, solo da quando sono in Diabetologia abbia sviluppato questa ‘animosità’, questa emotività non la sentivo prima. Non mi pesa essere a disposizione, arrivare magari cinque minuti prima perché c’è un paziente che me lo chiede. Non mi pesa assumermi dei lavori in più che nessuno mi ha chiesto, anzi. Per esempio gli appuntamenti li prendo io direttamente. La ASL ha un servizio unificato di prenotazione che funziona bene, ma non può certo valutare nel merito il problema del paziente. Se chiamano qui invece, conoscendo il paziente e il problema, posso decidere quando è il caso di vederlo. Tutto va a vantaggio della persona con diabete. Anche l’appuntamento in fondo fa parte della terapia.
GIUSEPPE BRUNO, infermiere specializzato presso l’ambulatorio dei Diabetologia del Distretto sanitario di Acireale (Ausl3 Catania), ha promosso la nascita della Sezione regionale Sicilia della Osdi della quale è stato presidente regionale e consigliere nazionale.
|  |