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Prevenzione del diabete

Una dietoterapista 'in piazza'
  
 
Una dietista non serve solo a chi ha il diabete ma a chi desidera prevenirlo o comunque è sensibile al fatto che un miglioramento dei suoi stili alimentari può favorire la sua salute. E questo è importante quando il lavoro si svolge letteralmente... In piazza

Le persone reagiscono in molteplici e diversi modi alle malattie che possono capitare loro nel corso della vita. Noi specialisti lo sappiamo e spesso ci domandiamo perché alcuni cerchino di prevenirle e altri no, perché certi consigli e informazioni relative allo stile di vita adatto a prevenire le patologie, siano seguiti da una parte della popolazione mentre un’altra parte sia ad essi completamente indifferente e inattiva. È vero che a tutt’oggi l’educazione è presente nel modo sanitario in misura crescente, ma spesso la quantità non è sinonimo di qualità. È per questo che durante l’anno io e gli altri componenti del Team lavoriamo in piazza organizzando manifestazioni che servono a sensibilizzare l’opinione pubblica e a condurre lo stato ‘neutro’ della popolazione (ogni sano è un malatoche ignora!), all’assistenza terapeutica della prevenzione.
L’evento tipico è la ‘l’autocontrollo in piazza’: misurare la glicemia a tutti coloro che lo desiderano. Ma ogni manifestazione è diversa dalle altre. Come nella vita quotidiana del team, anche durante queste manifestazioni il lavoro dei diversi componenti differisce, così come gli obiettivi - che pure sono convergenti. Per esempio nel corso di queste manifestazioni il mio interlocutore è... chiunque. Una dietista non si rivolge solo a chi ha il diabete ma soprattutto a chi desidera prevenirlo o comunque è sensibile al fatto che un miglioramento dei suoi stili alimentari possa tutelare la sua salute.
Quindi parlo con tutti, magari concentrandomi sulle persone che hanno maggior bisogno di un intervento. A differenza del Diabetologo, che si concentra sui cittadini che allo screening risultano avere valori fuori norma, io mi muovo in uno spazio più ampio che è quello intermedio fra l'assoluta salute (ma esiste?) e la patologia definita e conclamata. È lo spazio della prevenzione, lo spazio in cui i rischi sono abbastanza definiti da sapere cosa bisogna evitare ma non si sono ancora manifestati in malattia. Come faccio a definire questi rischi? È sorprendentemente facile: a volte durante queste manifestazioni misuriamo il peso e l’altezza di chi lo desidera per stabilire l’indice di massa corporea. Anche una misurazione semplice come quella della circonferenza vita e fianchi può dirci molte cose sul rischio cardiovascolare di una persona. Bastano due parole per definire meglio il quadro: fuma o non fuma? Fa esercizio fisico? A volte l’interlocutore - esito a definirlo paziente - fornisce per primo informazioni chiave: “il diabete... mia mamma poveretta ce l’aveva”. Sono passato pochi minuti ma una anamnesi per così dire ‘da campeggio’ è fatta. Cosa posso fare allora?
Le manifestazioni di piazza stanno al colloquio nel Centro di diabetologia come una festa sta a una cenetta a due. Nella festa come nella manifestazione si ha l’occasione di parlare con molta gente ma solo per pochi minuti. Cosa posso fare in quei minuti? Dare soluzioni e snocciolare consigli ‘su due piedi’ per forza di cose generici? Inutile e controproducente. Cercare di motivare il paziente prospettandogli i rischi che il suo stile di vita comporta? Lo farei solo fuggire. La mia opzione è dare un messaggio solo ma forte: noi siamo con te, possiamo accompagnarti in un cammino che ti porterà, con i tuoi ritmi, con le tue esigenze, tenendo conto della tua ‘cultura alimentare’ ad acquisire abitudini più sane. Tutto qui? Non è poco. Puntare sull’empatia significa porre le basi per un rapporto di fiducia che magari sarà sviluppato dopo.
“Vendi salute?” mi ha chiesto qualcuno scherzando, e in effetti nelle manifestazioni di piazza è questo che bisogna fare: proporre con forza, quasi lo si vendesse, il prodotto ‘scelte di vita sana’.
Del resto le cose non sono per forza migliori quando il pubblico è ‘costretto’ ad ascoltare. Ho tenuto diverse lezioni nelle classi medie e superiori. Essendo stata docente a contratto all’Università penso di saper tenere una lezione. Ma arrivare in una classe che non è stata sensibilizzata al tema alimentazione e parlare solo con i ragazzi senza coinvolgere i genitori serve a poco. Mi immagino in alcune di queste lezioni i ragazzi tornare a casa e dire “oggi non abbiamo fatto scuola, c’era la dietista!”. Diverso il discorso quando l’alimentazione è oggetto di un lavoro da parte della classe e soprattutto quando si riesce a coinvolgere i genitori. Va bene seminare conoscenze alimentari, ma anche il più ottimista dei contadini semina solo dove può attecchire. Abbiamo molta strada da fare. Giustamente ci lamentiamo del fatto che la scuola e la sanità non danno all’alimentazione il ruolo che merita. Ma dobbiamo anche essere propositivi. Oggi le dietiste sono professioniste laureate non possono lamentarsi e dire ‘se solo avessimo...’. Dobbiamo trovare le forme per sfruttare al meglio gli spazi a disposizione e proporne di altri: in ambulatorio, nelle scuole e in piazza, e comunque allargare il campo d’azione a quell’ampia fascia della popolazione che si stima ancora sana ma che per predisposizione genetica e soprattutto per stile di vita costituisce il grande serbatoio da cui provengono le persone che nel giro di alcuni anni saranno affette da diabete.

DANIELA OROFINO, si è laureata in Dietologia e dietetica all’Università di Catania facoltà dove ha tenuto per 5 anni corsi d’insegnamento di scienze tecniche e dietetiche quale docente a contratto. Ha lavorato al Centro Antidiabetico dell’Ospedale Garibaldi di Catania per 6 anni e fa parte ora del Team del Centro Diabetologico diretto dal dottor Domenico Arcoria a Paternò. È vicepresidente della Fand di Paternò.

 
 
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