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Il ruolo dello psicologo

Una risorsa per tutto il team
  
 
Accompagnare la persona nel lungo cammino che porta ad accettare il diabete e soprattutto la strana sfida lanciata dal Team, gestirla in prima persona modificando il proprio stile di vita. A questo e a tante altre piccole e non piccole cose serve uno psicologo.

Che ci fa uno psicologo in un Team diabetologico? Se lo chiedete in uno dei pochi Servizi di diabetologia che possono contare sull’aiuto di uno psicologo strutturato (vale a dire non su un consulente esterno) vi guarderanno con l’aria stupita come per dire: “Come si fa piuttosto a fare assistenza in una patologia cronica come il diabete senza avere nel Team uno psicologo?”.
Sono anch’io in imbarazzo a spiegarlo, per la stessa ragione. I punti di intervento sono tanti e tali che devo fare un elenco, sicuro che non appena chiuderò questo testo me ne verranno in mente altri.
Partiamo dall’insorgenza della malattia. Non è raro che il diabete incubato emerga proprio in concomitanza di episodi tristi, amari, circostanze particolarmente stressogene. Al di là delle spiegazioni scientifiche, queste coincidenze nei modi di insorgenza fissano collegamenti nei pazienti, suggestioni sulle quali lavorare, oggetti professionali per lo psicologo.
Inutile dire che scoprire di avere il diabete è uno choc, un nucleo duro da elaborare. Questo va da sé. Più recente è invece la comprensione da parte dei diabetologi, e va dato atto a questa categoria di medici di aver sviluppato una particolarissima sensibilità verso questi aspetti e una profonda consapevolezza della misura in cui essi incidino nel modo del paziente di accettare e vivere la malattia, con ricadute sulla sua gestione, in particolare quando si tratta di bambini e adolescenti.
Per questo motivo, la prima comunicazione diagnostica, la prima elaborazione psicologica dell’accadimento malattia, possono essere decisive nell’economia clinica del caso.
I fattori psicologici intervengono poi, come in altre malattie croniche, nei diversi modi di elaborare la gestione della sua terapia e l’accettazione della sua eventuale evoluzione (complicanze, inabilità). Astenie reattive dell’umore possono rendere difficile al paziente prendere davvero in mano il timone della sua terapia e possono minare la relazione medico-paziente.
Ricordo una ricerca effettuata nel 1992, presso il Centro diabetologico dell’USL 43 di Napoli, per valutare le caratteristiche psicologiche degli utenti mediante la somministrazione di un Test di personalità (MMPI).
Si riscontrarono punteggi molto elevati nelle scale della depressione, dell’ipocondria e dei conflitti emotivi, e punteggi abbastanza elevati anche in alcune scale dell’area psicotica o delle relazioni.
Non emersero invece dati rilevanti nelle scale dell’area sociopatica.
La ricerca evidenziò, quindi, una connessione tra diabete e sofferenza psichica, con forti conflitti psicologici nelle relazioni con il mondo esterno. Tali conflitti, attraverso vari meccanismi di difesa, possono coinvolgere, alla fine, molto la dimensione somatica.
La sfera emozionale e nervosa interviene infatti direttamente nello sbilanciamento del valore glicemico, e nei modi di relazione del paziente, compreso il modo in cui si relaziona al Servizio.
Il fallimento di una terapia potrebbe anche essere dovuto all’inadeguatezza dei presidi non farmacologici (conflitti psicologici, stress, cattiva alimentazione, poco esercizio fisico…). In certi casi, quindi, modificare la terapia farmacologica non solo non è efficace, ma rischia anche di sfalsare tutti i piani della successiva riflessione clinica.
Tengo per ultimo l’aspetto più importante: il diabete ha a che fare con l’alimentazione e mette in gioco gli importantissimi fattori psico-affettivi sottesi al rapporto con il cibo, e questo rende importante la collaborazione dello psicologo nel caso di pazienti obesi, o di adolescenti con disturbi del comportamento alimentare. Una dieta rischia, infatti, di essere velleitaria, se non prevede contestualmente un lavoro sulle cause (spesso psicologiche) dell’iperalimentazione.
Senza una mediazione psicologica, la dieta è vissuta come una prescrizione medica triste e nemica, innaturale e lontana dal paziente, dalla sua domanda personale e soggettiva.
Questo per quanto riguarda il paziente. C’è poi da valutare il ruolo importantissimo che lo psicologo può svolgere nei confronti del personale medico e non medico (infermieri, dietiste, educatori) sia per aiutarli a inquadrare i singoli casi sia per migliorare la loro capacità di comunicazione e costruire contesti più idonei all’ascolto, da parte del paziente, delle informazioni che riceve.
Vorrei notare che in tutto questo non ho parlato di quella percentuale di casi che – nella popolazione di persone con diabete, come in tutte le altre – richiedono un intervento psicologico a prescindere da questa malattia. È per questi casi una bella opportunità trovare un’assistenza in tal senso nello stesso luogo in cui si è già assistiti per gli altri problemi: è tutto più ‘termico’ e semplice.

CATELLO PARMENTOLA, psicologo e psicoterapeuta, fa parte del Team del Servizio di Diabetologia territoriale della ASL 2 di Salerno all’interno del quale è anche responsabile per la Qualità. Clinico, docente, pubblicista, i suoi libri vertono spesso sui temi epistemologici e deontologici delle discipline sanitarie.

 
 
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