Francesco Prisco
docente di Pediatria alla Facoltà di medicina della Seconda Università di Napoli e responsabile del Servizio di Diabetologia Pediatrica "G. Stoppoloni"
 
L’autobiografia fa bene?
Il punto di vista del diabetologo.

Fare autobiografia, raccontare - a sé o agli altri - della propria condizione ‘fa bene’? Ha effetti benefici sul compenso glicemico? Sul tema non esistono, e forse non esisteranno mai, studi controllati. La nostra esperienza come Centro di riferimento regionale per il diabete di tipo 1 in età pediatrica è più consolidata di altre, ma non è tale da permetterci di rispondere con sicurezza. Vado per analogia, quindi non senza fare riferimento (tanto per restare in tema) alla mia, seppure diversa esperienza di paziente, oltre che di medico.
L’effetto positivo dell’autobiografia in psicoanalisi è abbastanza acclarato. Del resto è intuitivo. Chi ha il diabete sente di avere - è inutile girarci intorno - un ‘nemico’ dentro. Parlare di sé significa parlare di ‘lui’. E questo è il primo passo per arrivare a una soluzione. Non è possibile combattere un nemico che non si conosce, non si descrive, non si delinea. Non fare autobiografia, soprattutto se parliamo di menti ancora in via di completa formazione, significa mantenere una coscienza grigia e indefinita del ‘nemico’ e di se stessi.
Delineando il ‘nemico’ diabete, chi scrive descrive finalmente se stesso. Non è un caso che l’atto autobiografico caratterizzi così spesso l’adolescenza. Ancora di più questo è vero se l’autobiografia è scambiata con altri ‘pari’, per età e condizione di salute. Sia perchè avendo un lettore che la può capire, l’autobiografia è più sincera, sia perché nello scambio di testi autobiografici, il paziente diventa curante. Se ricevo un testo che parla di chi lo scrive sono portato a prendermi cura di lui. È noto come in molte condizioni di disagio psichico, la chiave perchè il soggetto abbia cura di se stesso è proprio affidargli la cura dell’altro. In questo gesto di divenire curante, il paziente si accetta, ha cura di se stesso, si accoglie.
Vorrei fare un’altra considerazione. La persona con diabete stende da sempre una sua ‘autobiografia’: il diario glicemico e quel sunto che è l’emoglobina glicata. È un’autobiografia apocrifa, una storia non vera anche quando è vera (per questo si ha spesso la tentazione di falsificarla). “Non ci sono io in quella colonna di numeri”, afferma il paziente.
Giusto, ma chi sei allora? Scrivere la propria autobiografia significa intonare un controcanto, una antifona all’apocrifa descrizione del diario glicemico, raccontare quali significati ci sono dietro quei numeri, quali sensazioni, quali vissuti.
Tutto questo probabilmente - mi verrebbe da dire sicuramente - serve alla persona alle prese con una patologia cronica. Non sono sicuro però che un diabetologo possa essere un buon giudice di questa utilità. La nostra è una visione ristretta. Non sono padre o partner dei miei pazienti, se sono amico questo avviene ad abundantiam. Il mio obiettivo è proprio quell’arido numero dell’emoglobina glicata che - se non dice nulla del presente e del passato del mio paziente - racconta molto invece del suo futuro.
Ai pediatri non è dato vedere il frutto del loro impegno, ma mi auguro e sono fiducioso che questo atto di empowerment che è l’autobiografia, questo prendere in mano la propria vita, rappresenti un passo decisivo nella crescita di chi lo compie. Se così è, i riflessi sul compenso glicemico saranno quasi sicuri (questo sì che è affermato scientificamente) e le grandi possibilità di intervento che la medicina ha a favore delle persone con diabete non saranno ostacolate. Il controcanto della vita e l’arido elenco delle glicemie e delle glicate finiranno quindi per convergere verso il meglio.


 

 
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