L’autobiografia fa bene?
Il punto di vista del diabetologo.
Fare autobiografia, raccontare - a sé o agli altri - della propria condizione ‘fa bene’? Ha effetti benefici sul compenso glicemico? Sul
tema non esistono, e forse non esisteranno mai, studi controllati. La nostra esperienza come Centro di riferimento regionale per il
diabete di tipo 1 in età pediatrica è più consolidata di altre, ma non è tale da permetterci di rispondere con sicurezza. Vado per
analogia, quindi non senza fare riferimento (tanto per restare in tema) alla mia, seppure diversa esperienza di paziente, oltre che
di medico.
L’effetto positivo dell’autobiografia in psicoanalisi è abbastanza acclarato. Del resto è intuitivo. Chi ha il diabete sente di avere -
è inutile girarci intorno - un ‘nemico’ dentro. Parlare di sé significa parlare di ‘lui’. E questo è il primo passo per arrivare a una
soluzione. Non è possibile combattere un nemico che non si conosce, non si descrive, non si delinea. Non fare autobiografia, soprattutto se
parliamo di menti ancora in via di completa formazione, significa mantenere una coscienza grigia e indefinita del ‘nemico’ e di se stessi.
Delineando il ‘nemico’ diabete, chi scrive descrive finalmente se stesso. Non è un caso che l’atto autobiografico caratterizzi così spesso
l’adolescenza. Ancora di più questo è vero se l’autobiografia è scambiata con altri ‘pari’, per età e condizione di salute. Sia perchè avendo
un lettore che la può capire, l’autobiografia è più sincera, sia perché nello scambio di testi autobiografici, il paziente diventa
curante. Se ricevo un testo che parla di chi lo scrive sono portato a prendermi cura di lui. È noto come in molte condizioni di disagio
psichico, la chiave perchè il soggetto abbia cura di se stesso è proprio affidargli la cura dell’altro. In questo gesto di divenire
curante, il paziente si accetta, ha cura di se stesso, si accoglie.
Vorrei fare un’altra considerazione. La persona con diabete stende da sempre una sua ‘autobiografia’: il diario glicemico e quel sunto
che è l’emoglobina glicata. È un’autobiografia apocrifa, una storia non vera anche quando è vera (per questo si ha spesso la tentazione
di falsificarla). “Non ci sono io in quella colonna di numeri”, afferma il paziente.
Giusto, ma chi sei allora? Scrivere la propria autobiografia significa intonare un controcanto, una antifona all’apocrifa descrizione del
diario glicemico, raccontare quali significati ci sono dietro quei numeri, quali sensazioni, quali vissuti.
Tutto questo probabilmente - mi verrebbe da dire sicuramente - serve alla persona alle prese con una patologia cronica. Non sono sicuro
però che un diabetologo possa essere un buon giudice di questa utilità. La nostra è una visione ristretta. Non sono padre o partner dei miei
pazienti, se sono amico questo avviene ad abundantiam. Il mio obiettivo è proprio quell’arido numero dell’emoglobina glicata che - se non dice
nulla del presente e del passato del mio paziente - racconta molto invece del suo futuro.
Ai pediatri non è dato vedere il frutto del loro impegno, ma mi auguro e sono fiducioso che questo atto di empowerment che è l’autobiografia,
questo prendere in mano la propria vita, rappresenti un passo decisivo nella crescita di chi lo compie. Se così è, i riflessi sul compenso
glicemico saranno quasi sicuri (questo sì che è affermato scientificamente) e le grandi possibilità di intervento che la medicina ha a favore
delle persone con diabete non saranno ostacolate. Il controcanto della vita e l’arido elenco delle glicemie e delle glicate finiranno quindi
per convergere verso il meglio.
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