Flavio Soriga
Giovane scrittore ‘professionista’ coautore di L’isola che non c’è
 
In fondo, da qualche parte

Ti svegli alle sei, per esempio, e fuori è ancora buio e gli altri stanno dormendo, cos’è che non ti ha fatto riposare? Quella storia che stai pensando di scrivere da tanto tempo, si è inserita nei tuoi sogni e li ha agitati, pessimi sogni fanno sempre gli scrittori, anche quelli della domenica che non hanno romanzi da consegnare agli editori, pessimi sogni quando bisogna raccontare e le storie bussano alla porta dei sogni e quel personaggio non ti da tregua, ma di cosa parlano le tue storie? ti chiedono i lettori quando ti incontrano, della paura della morte e della pesantezza e della gioia di vivere, bisognerebbe rispondere sempre, eppure non basta, dove hai preso l’idea per quel personaggio? ti chiedono i lettori quando ti incontrano, quanto c’è di autobiografico in quel racconto? e davvero non sai cosa dire, inventi spiegazioni complesse dosando realtà e invenzione, ho preso il viso da mio zio carabiniere, il carattere da un vecchio amico con cui sono stato in vacanza una volta, il resto l’ho inventato, così rispondi, ma sono tutte bugie: non c’è niente che si inventa davvero, e niente ha mai davvero copiato dalla realtà. La mia malattia, questo dovresti rispondere, il mio essere nato diverso dagli altri, tutte quelle mattine passate in una corsia d’ospedale che è diventata un po’ casa mia, tutte quelle paure che hanno avuto le mie fidanzate, tutte le volte che ho odiato l’ottimismo cretino di qualche medico, il terrorismo scientifico di qualche altro, questo e solo questo mi fa mettere a scrivere, questo dovresti rispondere, e non lo fai mai. Beati gli scrittori facili di storie accattivanti tutte combinazioni e colpi di scena, beati gli inventori di romanzi gialli di serie, beati i leggeri creatori di investigatori sicuri e rassicuranti, beati gli scrittori che non hanno voglia di guardarsi dentro, in fondo in fondo, da qualche parte, dove c’è quella macchia nera che guida le nostre ansie e non ci fa dormire, beati i narratori che dormono fino alle dieci di mattina, le domeniche e i giorni di festa, e non gli capita mai quello che è capitato a te oggi e tante altre volte: di venire svegliato dai sogni troppo forti, dal bisogno di accendere il computer e fare ordine nelle paure, sono le sei e tutti dormono, da dove posso cominciare? Sei nato sano, e all’improvviso, un giorno d’estate, hai pensato che quel giorno non sarebbe mai più tornato, che quella donna che ti stava salutando dall’acqua, con un costume da bagno rosso e i capelli legati in una coda, che quella donna così bella ed eccitante presto sarebbe stata vecchia, o meno giovane comunque, o meno eccitante e piacevole da guardare, all’improvviso ti ha preso la paura di non poterne raccontare il viso, le parole, il profumo, all’improvviso un giorno una donna ti ha detto: Ho paura di perderti, voglio che mi abbracci, e ti sei profondamente spaventato e quella notte, come questa che è appena finita, non sei riuscito a dormire e al mattino hai scritto una lettera per lei che non le hai mai dato, Amico mia non devi avere paura, la paura uccide l’amore, non gliel’hai data ma è stato lo stesso, le parole ci segnano, per questo non possiamo scrivere tutto, ricordare tutto, raccontare tutto, perché troppo sarebbe altrimenti il peso dei nostri pensieri consegnati a un foglio e a una storia, troppo pesanti sarebbero i nostri giorni se davvero scrivessimo la realtà, per questo gli scrittori devono inventare, senza mai riuscire a staccarsi dalla loro vita, se sono buoni scrittori, sempre lì ti tocca ricominciare: da quella macchia silenziosa, da quel buco nella pancia, o da qualche altra parte, in fondo, che ti fa urlare e non ti lascia ai sogni tranquilli, che ti fa svegliare alle sei e accendere il computer, Sono nato un pomeriggio d’agosto di trentuno anni fa, scrivi, In una piccola isola del sud Italia, è tutto vero, è tutto inventato, come deve essere, come è normale, purché stanotte, almeno, si riesca a dormire.


 

 
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