Tra le azioni e i riti che ho notato tra le persone col diabete c’è quella di “festeggiare” o meglio “ricordare” la data dell’esordio del diabete con una piccola celebrazione o festicciola.

Io, personalmente, non l’ho mai fatto. Se serve per mangiare un dolcino, sono sempre disponibile, chiaro, ma mi sono interrogata spesso sull’utilità di festeggiare questo tipo di eventi.

Probabilmente è un modo per provare a modificare il significato di un giorno che, sicuramente, sarebbe molto triste. A chi fa piacere ricordare il giorno in cui ha scoperto di avere il diabete?

Eppure ad alcune persone fa bene cambiare il punto di vista e la prospettiva.

Io ho una cognizione del tempo che mi porta spesso a confondere le date e i giorni.

Ma ho due esordi che ricordo: il mio ad aprile (il mese più triste come diceva Elliot) e quello di mia figlia a novembre. Un mese che già per me è di una tristezza inaudita, è diventato un macigno.

Non mi giovo di poterlo festeggiare però in futuro, chissà.

In fondo, penso, che il giorno in cui si è scoperto di avere una malattia così totalizzante è un po’ anche un giorno di nascita.

Dove nasce una nuova vita, con nuove abitudini e nuove esperienze che segnano fortemente le persone a cui è capitato.

Per molti c’è un prima e un dopo il diabete. Una frattura. Uno stop in una vita che pensavamo andasse liscia e regolare.

Per cui: festeggiare l’anniversario dell’esordio, fa bene o male?

Voi che ne dite?

Scrivetemi e raccontatemi la vostra storia se vi va.
Ogni venerdì vi racconterò la mia!

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