Nella mia esperienza col diabete, diciamo, non mi sono fatta mancare nulla. Ho accennato diverse volte al fatto che 25 anni fa la gestione del diabete tipo 1 fosse molto rigida per orari e per alimentazione. La dieta era ferrea e l’attenzione al grammo in più o in meno era ossessiva.

All’età di 11 anni facevo tutto per bene e seguivo le prescrizioni del medico alla lettera.

Verso i 17 anni, invece, incominciai ad avere difficoltà. Il cibo non era più un piacere, ma quasi un incubo, ed essere costretta a mangiare sempre, perché comunque dovevo fare l’insulina, mi rendeva infelice.

Alternavo periodi in cui il cibo era un pensiero continuo e altri in cui non volevo pensarci e cercavo di mangiare il meno possibile.

Per fortuna mi sono fermata in tempo e ho incominciato a vedere sia una dietista sia una psicologa che a poco a poco, grazie anche all’aiuto delle nuove insuline, mi hanno aiutato a uscire da questa ossessione per il cibo e per il peso e trovare la libertà nel nutrirmi e nel godere del cibo.

Avevo sempre quella strana sensazione che mi portava a pensare che più fossi stata magra e meno avessi mangiato, meno avrei fatto insulina e meno sarei stata diabetica.

È difficile crescere.

Ed è difficile farlo col diabete.

Come è innegabile che, una patologia così legata a ciò che si mangia, possa innescare meccanismi ossessivi rispetto al cibo.

Poche persone hanno il coraggio di dirlo, perché il disturbo alimentare sembra essere ancora un tabù, ma io non ho paura, e vorrei parlarne senza tabù.

E voi?

Scrivetemi la vostra storia.

Io vi racconterò la mia!

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