Conoscere se stessi per vivere meglio

La storia di Alberto ci insegna che sono le persone a fare la differenza.
Alberto ha 48 anni, vive a Milano e fa il fotografo. Ha il diabete da quando ha 18 anni.

Gestione e terapia e diabete


14 marzo 2019


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Conoscere se stessi per vivere meglio

Ci racconta che, alla fine degli anni Ottanta, gli fu dato un infusore che era “grande come una cassetta VHS” e che andava attaccato a un fianco. Lo tenne per un anno, ma fu un’esperienza molto negativa alla fine della quale era psicologicamente distrutto.

Da quel momento scelse di dire basta alla tecnologia, non si sarebbe più messo nulla addosso.

Tuttavia, anni dopo, quando il medico ha proposto ad Alberto una nuova tecnologia, lui, dopo qualche giorno di riflessione, ha pensato fosse arrivato il momento di fare un salto: il sensore impiantabile sottocute ha rappresentato un cambio di vita assoluto, totale.

Questo dispositivo dà ad Alberto conferme e certezze che fino a quel momento aveva dovuto inseguire attraverso le glicemie con il glucometro.

Questo dispositivo credo sia più adatto a persone che hanno un’ottima conoscenza di sé e della propria condizione. Quello che ha fatto la differenza, per me, è stato il fatto che c’è un trasmettitore attaccato con un cerotto: ce l’hai, ma si può togliere. Inoltre, garantisce una visione molto completa di quello che sta succedendo, e permette di gestire e decidere quanto, come, e se iniettare l’insulina.

Un sensore di questo tipo può cambiare la vita di chi lo usa”. Soprattutto di notte dove siamo meno vigili, un sensore in grado di inviarti degli allarmi predittivi in caso di ipoglicemie o iperglicemie è una sicurezza.


modus Alberto Fotografo

Alberto ci racconta che, grazie al sensore, la sua vita in generale è migliorata, perché sentendosi bene può dare il meglio di sé in famiglia e sul lavoro.  Ora Alberto, grazie al sensore, ha una vita serena: “6.2 è un numero che a molti può non dire nulla, ma a me ha cambiato la vita: è il numero della mia ultima glicata… partivo da 7.4, che non è una brutta glicata, ma arrivare a 6.2 è stato un salto pindarico”.


La qualità della mia vita ha subito un netto miglioramento.

Molte persone hanno paura dell’”intervento” per applicare il sensore sottocutaneo, ma, ci racconta Alberto, “È una pratica che dura una decina di minuti, poi per due o tre giorni si ha un po’ di fastidio, bisogna portare un cerotto e non ci si può fare la doccia per qualche giorno. Il risultato che sto vivendo, rispetto a quei tre giorni di fastidio, è impagabile e la qualità della mia vita ha subito un netto miglioramento”. Il diabete è una malattia che va gestita personalizzando molto la cura, non è immaginabile pensare, come vent’anni fa, che venga gestita in un unico modo. Naturalmente, anche il rapporto tra medico e paziente è cambiato radicalmente, oggi è più “paritario”, ci si può confrontare e si hanno molte più possibilità di dialogo e scambio di informazioni, anche in caso di necessità imminente. “La rivoluzione è stata avere un dialogo tramite email. Posso scrivere al mio medico e lui, nel giro di ventiquattr’ore, risponde e grazie al dispositivo e al suo sistema di connessione, può vedere, direttamente dal suo studio, la mia glicemia degli ultimi novanta giorni” (con i nuovi sensori oggi il medico può arrivare fino a 180 giorni).

Questo cambia la visone della cura in maniera assoluta, perché Alberto vede normalmente il dottore ogni tre mesi ma, se in questo arco di tempo, dovesse avere un problema, ha la possibilità di segnalarlo al medico in tempo reale.

Questo nuovo rapporto tra medico e paziente, unitamente alla tecnologia, porta a risultati evidenti sia dal punto di vista clinico sia psicologico. La tecnologia ricopre un ruolo importante, ma sono le persone che devono farne l’uso migliore possibile per sfruttarne le innumerevoli potenzialità.

Guarda la videointervista di Alberto.


					                
				
					
				
				
					
				
				
					
					
					
					
					
					
					
					                
					                
				
				

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