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Di che sala d’attesa sei tu?

Quando ero piccina, mi ricordo che, ogni volta che qualcuno chiedeva a mia nonna come stava o come si sentisse, partiva sempre una lunga lista “lamentosissima” di dolori, “acciacchi” e malattie. Le brillavano gli occhi all’idea di poter raccontare di sé e del suo patire. Alla prima domanda sulla sua salute, si “ringalluzziva” e si preparava a parlare.

Di che sala d’attesa sei tu?

Se l’interlocutore era un’altra donna anziana come lei, anch’essa, prontamente, si agitava e si affrettava nel raccontare i suoi di dolori, a lamentarsi della terribile vecchiaia, delle orecchie, del freddo nelle ossa e dei fastidi alle gambe. Insomma, mi ricordo mia nonna e quelle visite, dal piccolo angolo della mia poltrona, come una scena di teatro dell’assurdo, dell’esagerazione che diventava un paradosso, e leggermente ridicolo. 

Ho sempre pensato che quel suo modo di lamentarsi fosse una scusa per sentirsi meglio, per tirare fuori questo male misterioso chiamato “vecchiaia” che si annidava ovunque nel suo corpo. 

Quando ne parlava, la “vecchiaia” prendeva forma e lei, in qualche modo, si sentiva meglio. Crescendo, nei miei cari iter ospedalieri di figlia e mamma, ho notato questo atteggiamento anche nelle sale d’attesa. 

Mentre si aspetta la visita, si chiacchiera, si condivide, una specie di arcaico social network a tema malattia. La piega che prendono i discorsi dipende, assolutamente, dalle persone che vi partecipano. Può partire la sala d’attesa demoralizzante, dove tutti si parla del peggio della propria malattia, o quella ottimistica e motivante, dove ti prende una certa carica e i discorsi danno speranza. 

Altrimenti, c’è la sala della depressione totale, simile a mia nonna e alle sue amiche. 

Viene tirato fuori il peggio, tu ti senti improvvisamente cento volte più malata e inizi a pensare ad implicazioni negative a cui non avevi mai pensato. Stai male. Si crea una atmosfera di dubbio, angoscia e superstizione e vorresti solo scappare via.

Ecco, secondo me, dovrebbe essere vietato parlare male della propria malattia nelle sale d’attesa degli ospedali, perché ogni volta che qualcuno racconta la propria, espone gli altri anche al suo modo di viverla, che non è uguale per tutti. Possiamo vivere la stessa patologia in maniera completamente diversa e sentirci assolutamente lontani da chi vive la nostra stessa condizione, sulla carta. Ma la cosa che non ho capito è se fa bene o male “lamentarsi”, sarà utile sfogarsi perché poi si sta meglio? O ci butta ancora più giù? 

A mia nonna e alla sua amica anziana faceva sensibilmente bene, ma in generale non sono convinta che sia un atteggiamento da mantenere sempre. Forse, a volte, 15 minuti di lamentele ci vogliono, per tirare fuori il peggio e fare un po’ di pulizia. 

Magari, anche un bel pianto, che lava bene bene, ma poi basta, per quanto mi riguarda. Poi ci si rialza e si va avanti, con qualche sorriso magari.

E voi? Di che sala d’attesa siete? E quanto il “lamentarsi” fa parte di voi o di chi vi sta intorno?
Scrivetemi e raccontatemi la vostra storia se vi va.
Ogni mercoledì vi racconterò la mia!

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