Gestire il diabete: un lungo percorso di piccoli passi

È importantissimo saper comunicare con il paziente: prima bisogna dirgli che ha il diabete, poi aiutarlo ad assorbire la notizia e insegnargli a gestire correttamente la sua malattia, in modo che questa non gli sconvolga la vita più del necessario.

Esperto risponde e diabete


26 maggio 2017


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Gestire il diabete: un lungo percorso di piccoli passi

MarinaCassoni.jpgMarina Cassoni

«Il mio ruolo è proprio quello di formare il personale sanitario in modo che abbia gli strumenti per gestire anche il lato psicologico della malattia. Sicuramente dobbiamo far crescere la conoscenza del diabete, ma dobbiamo anche sottolineare quello che è stato fatto: con associazioni, aziende farmaceutiche, associazioni sanitarie e dai pazienti stessi» spiega Marina Cassoni. Il momento più duro sicuramente è il primo, quando viene comunicata la notizia. Chi lavora a contatto con i pazienti diabetici si è imbattuto nelle credenze più diverse: dalla convinzione che dal diabete si possa guarire, a quella secondo cui questa patologia è dovuta a un’alimentazione troppo ricca di dolci o al sovrappeso. «L’accettazione è un percorso» spiega la dottoressa «e questo percorso ha delle fasi che dipendono dalle caratteristiche individuali.


La reazione iniziale è decisamente di shock. Una diagnosi di diabete produce nella psiche una frattura.»

In questa sezione troverete le risposte del nostro esperto ai vostri quesiti. Potete scrivere una email alla redazione di Modus: domande.esperto@modusonline.it.

Qui comincia un cammino lungo tutta la vita, costellato di sentimenti contrastanti. «La nostra mente ha bisogno di tempo per incamerare nuove situazioni, nuovi eventi. La prima fase dopo la notizia è quella della rimozione e della negazione, che impedisce al paziente di prendersi cura di sé. Poi c’è la ribellione. Anche la rabbia ha una sua funzione: serve per attivare delle risorse e reagire. Dopo questa fase c’è l’accettazione: la nostra mente viene a patti con la nuova situazione.

E, anche se in maniera completamente diversa, si capisce che la vita continua. Oggi si parla di accettazione attiva: il diabete diventa il “tuo” diabete.

Le domande diventano: che cosa puoi fare per metterti in rapporto con le caratteristiche della tua malattia, come la malattia si inserisce nella tua vita, che cosa cambia e che cosa puoi continuare a fare.

Questo percorso non è lineare: i tempi sono individuali. Si va un po’ avanti e un po’ indietro, c’è chi pensa di aver perso tutto e chi niente.» Anche perché, insieme alla quotidianità, cambia anche la sfera sociale delle persone a cui è stato diagnosticato il diabete.

Bisogna effettuare dei controlli regolari, che si vada al cinema o a bere un aperitivo, e il momento del controllo della glicemia è vissuto in modi molto diversi. Marina Cassoni prosegue: «Nell’essere umano abita il sentimento della vergogna e la malattia traina con sé il sentimento della colpa e quello della vergogna, nonostante la mente cerchi di razionalizzare. Ho lavorato con una persona che all’inizio si è completamente isolata: ha lasciato la fidanzata, gli amici, le relazioni sociali. Ha addirittura smesso di andare al cinema perché non sopportava di doversi misurare la glicemia nel mezzo del film. Poi, dopo il suo percorso di accettazione, è riuscito a recuperare la sua sfera sociale e di condivisione. Altri invece reagiscono esplicitando subito il loro stato e si controllano in pubblico senza particolari problemi».

Sicuramente è essenziale cercare aiuto e sostegno. «Si comincia dalle relazioni più intime, fondamentali per poter condividere gli aspetti emotivi della malattia.»

Marina Tassoni spiega: «Condividere significa che la tua famiglia e i tuoi amici ti danno una mano concreta: ti aiutano con l’alimentazione, ti motivano per l’attività fisica. Poi bisogna aggiungere tutti gli strumenti a disposizione del paziente, come la Peer Therapy, dove ci si confronta con persone alla pari (stessa età e stesso stile di vita), per condividere con il gruppo dubbi, perplessità, emozioni. Naturalmente non può mancare l’equipe diabetologica di riferimento, che insegna ai pazienti gli aspetti essenziali della gestione della malattia».

Perché, alla fine, il diabete segna per tutti un punto zero da cui, con gli strumenti giusti, si può anche ripartire in meglio.

IL DIABETE GIORNO DOPO GIORNO. DALLA PARTE DEGLI OPERATORI


GiovanniSifarelli.jpgGiovanni Sifarelli

Per Giovanni Sifarelli, infermiere all’ospedale di Vimercate che da sedici anni si occupa di pazienti a cui è stato diagnosticato il diabete, la parola chiave è «accoglienza».
«Chi arriva da me la notizia di avere il diabete l’ha già ricevuta: ha parlato con il medico. Da qui interveniamo noi, che cominciamo a spiegare come affrontare praticamente la patologia. Sempre a piccoli passi. Il paziente deve capire che la sua vita non subirà un cambiamento radicale, deve soprattutto imparare a gestire e controllare la malattia, per cui andrà a casa ogni volta con il minimo indispensabile, fino all’incontro successivo» racconta Sifarelli.


L’accettazione e il cambio di abitudini sono gli scalini più duri da superare, perché il diabete è una patologia cronica con cui si dovrà convivere per sempre. «Si insegna che cosa è la glicemia, come usare gli strumenti come il pungidito e la penna per l’insulina, poi si passa all’alimentazione e alla conta dei carboidrati. C’è un’equipe di dietologi che si occupa proprio della dieta; sono molto attenti ai gusti e alle preferenze, per non stravolgere troppo le abitudini. Se non si adottano questi accorgimenti, il paziente non riesce a curarsi al meglio e comincia a soffrire anche più del necessario.»

Sifarelli spiega anche come i pazienti a volte si vergognino di doversi controllare la glicemia in pubblico, per cui si nascondono in bagno, o non lo fanno. «Invece è importante accettarsi: molti quando escono a cena mangiano troppo per non sentirsi diversi; gli adolescenti, ma anche gli adulti, spesso fanno tardi il controllo e il picco di glicemia va alle stelle. Tutto dipende dalla conoscenza del problema: bisogna aver fatto propria l’esigenza di stare bene e creare buone basi per riuscire a ripartire.

È necessario educare il paziente costantemente, perché si sa molto bene quando si inizia ma è veramente difficile capire che non finirà mai. Si fa un passo avanti e uno indietro, bisogna sempre tenere desta l’attenzione e la motivazione.» Sifarelli conclude: «I pazienti migliori sono quelli che fanno sport in modo continuativo, perché sono più concentrati sullo sforzo, sulla capacità di resistenza e quindi anche sulla loro patologia. Non vogliono che essa influisca sulle loro prestazioni». In conclusione, serve un’educazione terapeutica ripetuta, almeno finché la patologia non entra a far parte della vita quotidiana del paziente alla stregua di un paio di occhiali.


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