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Il cibo piccante allunga la vita

Secondo una ricerca cinese, mangiare più di una volta la settimana cibo piccante potrebbe ridurre il rischio di morte del 10% per diabete, cancro, cardiopatia ischemica e malattie respiratorie.

Alimentazione e diabete


04 dicembre 2015

Il cibo piccante allunga la vita

Secondo i risultati di uno studio prospettico, pubblicato sul British Medical Journal, coordinato da Jun Lv del Peking University Health Science Center a Pechino, mangiare più di una volta la settimana cibo piccante potrebbe ridurre del 10% il rischio di morte per diabete, cancro, cardiopatia ischemica e malattie respiratorie.

Lo scopo dello studio era quello di esaminare l’associazione tra il regolare consumo di spezie e la mortalità totale e per cause specifiche.«Precedenti ricerche hanno suggerito che le spezie e il loro ingrediente bioattivo, la capsaicina, hanno affetti benefici: antiobesità, antiossidanti, antinfiammatori e antitumorali», dicono i ricercatori.

Proprio partendo da questo presupposto, hanno esaminato l’associazione tra consumo settimanale di cibi piccanti e rischio globale di morte in 487.375 persone (199.293 uomini e 288.082 donne) tra i 30 e 79 anni arruolate dal China Kadoorie Biobank, uno studio prospettico di coorte di oltre 500mila adulti provenienti da 10 aree geografiche diverse della Cina. I partecipanti sono stati arruolati tra il 2004 e il 2008 e sono stati seguiti da allora sino all’insorgere delle malattie e alla morte. «I partecipanti con storia di cancro, malattie cardiache e ictus sono stati esclusi dallo studio e l’età, lo stato civile, il livello di istruzione e l’attività fisica sono stati valutati», precisa Lv.

I dati raccolti hanno dimostrato che rispetto a chi mangiava cibi piccanti meno di una volta la settimana, coloro che li consumavano uno o due giorni la settimana avevano una riduzione del rischio di morte del 10%, con punte del 14% tra chi assumeva alimenti piccanti 3 o più giorni la settimana.

Questa associazione merita però ulteriori approfondimenti. Nita Forouhi dell’Università di Cambridge sostiene, per esempio, che occorre verificare se l’associazione è il risultato diretto dell’assunzione di cibo piccante o se si tratta invece dell’effetto di altri fattori dietetici o legati allo stile di vita.

Fonte: J Lv et al. British Medical Journal. 2015; 351: h3942.


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