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Il futuro è adesso

Martina - Studentessa

Martina ha 18 anni ed è diabetica da quando ne aveva sei. È stata tra le pazienti italiane più giovani a ricevere un sensore impiantabile per il monitoraggio in continuo, ma prima di affidarsi a questa nuova tecnologia ha attuato un percorso di crescita molto importante.

Eri molto piccola quando hai ricevuto la diagnosi. Come ti sei sentita?

Ero arrabbiata! Perché a me? Perché proprio ora? All’improvviso la mia vita è diventata rigidissima. Dovevo mangiare quei cibi, in quelle quantità e in quella maniera, stop. E mi vergognavo, cercavo di nascondere la mia malattia. Mi chiedevano spesso “Ma questo lo puoi mangiare? E questo?”, a volte davanti a tutti e questo mi imbarazzava tantissimo. Per me significava dover spiegare che ero una persona “non normale”, con limiti enormi. Ad esempio, quando andavamo al cinema le mie amiche mi offrivano spesso popcorn e bibite e mi vergognavo a dire sempre di no! E farsi le iniezioni con la penna nei bagni del centro commerciale era fuori discussione. Così magari a volte mangiavo un po’ di popcorn senza farmi l’insulina. Poi tornavo a casa con la glicemia a 400 o fuori scala, e avevo paura di dire come mai. Ero cresciuta con l’idea che ci fossero dei tabù.

Cos’è che ha cambiato il tuo modo di vivere il diabete?

Dopo una vita di regole di ferro, sono rimasta di sasso quando la mia nuova diabetologa mi ha fatto capire che questi limiti non esistevano, con la giusta educazione, se si adegua la terapia di volta in volta alle mie esigenze. Sono io che devo sentire il mio corpo e capire di cosa ha bisogno. Nessun altro.

Sei stata una delle pazienti italiane più giovane ad aver ricevuto un sensore impiantabile per il monitoraggio in continuo. Com’è andata?

All’inizio non ero convinta, mi sono detta “un altro dispositivo!?” mi sentivo la donna bionica. Ma alla fine ho cambiato idea e appena diventata maggiorenne ho fatto l’intervento all’Azienda Ospedaliero-Universitaria Mater Domini di Germaneto, Catanzaro. Sono rimasta entusiasta! È comodissimo. Ha migliorato la mia vita, ma anche quella degli altri. Ad esempio, prima mia madre la prima cosa che diceva la mattina era: “Hai fatto la misurazione? Quanto hai?”. So che era per affetto, ma… che nervoso! Nemmeno un buongiorno! Ora niente di tutto questo. E sono molto più sicura di me stessa! Prima se avevo cali o picchi dovevo andare a ipotesi per scoprire cosa me li aveva provocati. Ora lo so per certo. E siccome punto a fare l’università fuori di casa, sono certa che sarà più facile, con me e i miei più tranquilli.

Come ti senti oggi rispetto alla Martina che si vergognava del proprio diabete?

Oggi ne parlo senza problemi o imbarazzi, gestisco tutto con naturalezza. Se sono in mezzo a una piazza o in pullman con i miei amici non ho difficoltà a seguire la terapia. E spiego tutto senza giri di parole o giustificazioni, come invece facevo prima. In un certo senso, posso dire che mi reputo diabetica effettivamente da due, tre anni: da quando ho piena coscienza di ciò che sono e cosa devo fare.

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