La serotonina, ormone dell’obesità

Un eccesso di serotonina circolante agirebbe da freno su quel grasso bruno che svolge un’importante azione fisiologica brucia-calorie dell’organismo.

Ogni Giorno e diabete


15 settembre 2016

La serotonina, ormone dell’obesità

Secondo una ricerca canadese della McMaster University, un eccesso di serotonina circolante agirebbe come un freno sul grasso bruno, quel grasso “brucia-calorie” che è al centro dell’attenzione da molto tempo perché potrebbe fornire delle importanti strategie anti-obesità.

Il grasso bruno si comporta come una caldaia, che brucia calorie; la sua principale funzione è infatti quella di mantenere il corpo caldo, bruciando i depositi di energia immagazzinati nel tessuto adiposo.

Finora si sapeva che le persone obese hanno scarse quantità di grasso bruno e che l’attività di questo tessuto tende a ridursi con il passare degli anni, ma non era noto perché ciò avvenisse.

La spiegazione andrebbe ricercata, secondo il lavoro della McMaster University, in un ormone, la serotonina. La serotonina rappresenta un importante neuro-mediatore che, nel sistema nervoso centrale, entra nei meccanismi di regolazione dell’umore e dell’appetito. La serotonina presente nel sistema nervoso simpatico rappresenta però appena il 5% del totale. Questa ricerca ha invece focalizzato l’attenzione sul restante 95% della serotonina, quella circolante nell’organismo. Sarebbe infatti proprio la serotonina circolante a bloccare il grasso bruno, impedendogli di svolgere la sua azione fisiologica brucia-calorie dell’organismo.

I ricercatori canadesi hanno dimostrato che, riducendo la produzione di serotonina periferica, il grasso bruno diventa più attivo e performante. Inibire la produzione di serotonina potrebbe dunque rappresentare un efficace trattamento contro l’obesità e le comorbilità associate. E i ricercatori della McMaster stanno lavorando per mettere a punto un inibitore enzimatico da usare come farmaco anti-obesità.

«Riteniamo», afferma Steinberg, responsabile dello studio, «che andare ad aumentare il dispendio energetico rappresenti un’ipotesi di lavoro molto più sicura, rispetto a quella di ridurre l’appetito, che presenta di certo molti più rischi».

Fonte: G. R. Steinberg et al., Nature Medicine; 2014; published online 8 December 2014.

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