facebook


 	    

 	 	    
 	        
 	    
 	    
 	    
 	    









	
		

Padroni della propria vita

Due storie molto diverse, un punto in comune: forza di volontà e tecnologia insieme superano ogni ostacolo.

Ogni giorno e diabete


20 ottobre 2017

Scarica magazine n° 47

Scarica magazine n° 47

Padroni della propria vita

Francesco.jpgFrancesco, regista. L’uomo che ha vissuto due volte.

La storia di Francesco e il diabete inizia quando aveva 15 anni, quasi all’improvviso. In una settimana dimagrisce di 15 kg, tra la disperazione dei parenti che temono si tratti di droga. Per fortuna, il fratello lo porta di peso in ospedale appena in tempo: la prima misurazione della glicemia arriva a 1160.



Terapia disastrosa

Da qui inizia la convivenza con la patologia, ma qualcosa non va per il verso giusto. Complice un inizio non molto delicato (il medico che lo terrorizzava sui nuovi limiti della sua vita) una vita lavorativa frenetica e anche lo stesso Francesco, che gestisce la sua patologia in modo superficiale, senza cura. “Per me gestire il diabete significava solo fare il bolo, non misuravo nemmeno la glicemia! Andavo dal medico solo per il piano terapeutico.” Ovviamente un trattamento simile è estremamente dannoso, e per Francesco i cali ipoglicemici sono frequenti. Il tutto prosegue per 15 anni. Finché accade un avvenimento che cambierà per sempre la sua vita.


L’evento

Un giorno come un altro, Francesco sale in macchina e imbocca l’autostrada. Ma c’è qualcosa di diverso. Una lipodistrofia causata da iniezioni d’insulina fatte sempre nel medesimo punto della coscia gli ostacola l’assorbimento dell’insulina e, per questo, decide di cambiare il punto dell’iniezione. Ma senza diminuire le dosi. Guida per un po’, tutto regolare, fino a che iniziano dei vuoti, come dei flash seguiti dal buio. L’ultima immagine è una macchina che corre in senso opposto, nella corsia che ha invaso. Poi il nulla. Francesco si sveglia sull’autoambulanza e capisce cosa è successo. Ha fatto un frontale in stato d’incoscienza, e solo un miracolo ha salvato sia lui che il conducente dell’altra auto: entrambi ne sono usciti quasi illesi. Ma capisce anche un’altra cosa: è arrivato il momento di affrontare la sua malattia in maniera completamente diversa.

“Non avevo coscienza della mia patologia”

Non è mai troppo tardi per migliorare

Non solo comincia a praticare l’autocontrollo con la giusta frequenza, ma inizia anche a fare delle ricerche. “Prima dell’incidente, ero forse l’unico diabetico al mondo che non si informava, non chiedeva, non si interessava.” Da qui la scoperta di presidi sempre più perfetti per le sue esigenze, fino ad arrivare al microinfusore. Una rivoluzione che Francesco soppesa attentamente: “La critica maggiore che veniva fatta era da chi temeva di vivere dipendendo da un apparecchio. Ma ora lo posso dire: non è così. Lui ti dà tutte le funzioni per gestire la patologia, ma sei tu a gestirlo. È stata una rivoluzione, io adesso non riuscirei a farne a meno”.

Lo spirito giusto, i mezzi adeguati

L’incidente ha cambiato tutto, al punto che Francesco si sente quasi di ringraziare per quell’evento. La combinazione di microinfusore e autocontrollo ha dato inizio a una fase della sua vita in cui sente finalmente di avere i mezzi adeguati per convivere con il diabete. Controlla regolarmente i livelli di glicemia e all’occorrenza, ovunque si trova, basta premere un tasto sul telecomando per riportare tutto nella normalità. “È incredibile. Se incontrassi qualcuno al quale hanno diagnosticato il diabete mi piacerebbe invitarlo a passare una giornata con me, fargli vedere la semplicità e la discrezione di questo sistema rispetto a quelli tradizionali.”

L’unica cosa che cambierebbe del microinfusore? “È discreto, piccolissimo, leggero, comodo… anche bello da vedere. Ecco” dice scherzando “gli mancano solo i giochi, potreste installarci qualche app sopra”.

“Il diabete non è una vergogna, né un handicap, oggi si gestisce benissimo”

Paolo.jpg Paolo, ingegnere. Obiettivo: vivere libero.

Quando si convive con una patologia che obbliga a un intervento costante come il diabete, è facilmente intuibile che il valore più grande per un paziente è l’indipendenza.

Lo sa bene Paolo, che convive con il diabete dal 1978, epoca nella quale esistevano ben pochi dei presidi che oggi diamo per scontati. Siringhe di vetro, aghi di acciaio e solo gli esami delle urine per controllare la glicemia.

Il diabete 40 anni fa

Avere a che fare con una terapia simile poteva quindi essere limitante, soprattutto se eri nel pieno dell’adolescenza (Paolo stava frequentando il primo anno di liceo)… ancora di più se, come Paolo, avevi il terrore degli aghi. La scuola per fortuna si rivelò un aiuto fondamentale su entrambi i

fronti. Innanzitutto sul non sentirsi “diverso” dagli altri, o lasciato solo. “Ho avuto un aiuto dai professori e dai compagni, che si sono interessati da subito alla mia patologia”.

 

Compagni di scuola, compagni di vita

Ma la scuola fu il campo dove si giocò la battaglia con la paura degli aghi. E la molla di tutto fu il bisogno di indipendenza. Paolo sognava di partecipare alle gite scolastiche con i suoi compagni, ma rimaneva impossibile perché era la madre a fargli le punture. E poi, il miraggio della gita di quinta: Londra. Paolo prese coraggio pian piano, finché non arrivò il giorno dell’iscrizione. “Ma nonostante tutto, mia madre non ne volle sapere. Allora mi vendicai. Quando, il giorno in cui il preside mi chiese come mai non volessi iscrivermi, gli risposi ‘Purtroppo signor preside non ce lo possiamo permettere!’. Andai a casa e lo raccontai a mia madre, la quale ovviamente diventò rossa dall’imbarazzo: ‘Ma perché gli hai risposto così!’. Al che le risposi: ‘Beh, le punture me le so fare da solo, ci può essere forse un altro motivo per non mandarmi?’”.
Alla fine la madre e il preside risero molto dell’episodio, che comunque non era stato vano.

“Volevo partire, viaggiare: non mi sarei fermato di fronte a nulla”

Finalmente l’indipendenza!
Paolo non partì con i suoi amici, ma aveva dimostrato qualcosa di importante. Aveva preso in mano le redini della sua vita e la terapia aveva smesso di essere una catena che lo legava a casa. L’estate dopo, quella dei diciotto anni, si rifece e con gli interessi! Lui e un amico, una 126 un po’ malandata, nessun piano ma solo un obiettivo: Parigi. “Il mio primo viaggio da solo! Un mese in giro per la Francia arrancando sulla vecchia 126. Costa Azzurra, Parigi e poi Valle della Loira. Per la prima volta me la dovevo cavare da solo, una sensazione di libertà indescrivibile!”.

E da lì nacque un amore per i viaggi che non lo abbandona nemmeno oggi e che il diabete non ha mai ostacolato. “Da lì di viaggi ne ho fatti tanti, quasi mai un problema. Solo qualche volta alcuni episodi sgradevoli alle dogane vedendo le siringhe, ma mi sono sempre saputo difendere, bastava essere fermi sulle proprie posizioni.”

Paolo non è infatti uno che si lascia mettere i piedi in testa e ha le idee molto chiare: “Avevo tutti quei problemi perché c’è davvero tanta ignoranza in giro!”. Con il suo mezzo sorriso sornione racconta degli addetti ai check-in che estraevano le siringhe di insulina come se avessero davanti a loro un personaggio di Trainspotting.

Ora sorride, ma ammette che allora era tutt’altro che piacevole. “La cosa più divertente è che passavo i controlli in Iran e altri Paesi a rischio senza problemi, mentre in Occidente mi facevano pelo e contropelo”.

Paolo raggiunge quindi a un certo punto un equilibrio, anche se la rigidità del sistema con le penne si faceva sentire. “Era quasi impossibile fare uno spuntino o non mangiare. Non avevo quasi flessibilità sugli orari o sui pasti.” Poi il consiglio della diabetologa: perché non provare il microinfusore? E l’innata passione di Paolo per la novità lo spinge a tentare.

 

L’importante è insistere

Amore a prima vista? Non proprio.
Dopo un mese e mezzo Paolo si rende conto che non riesce a utilizzarlo come pensava (“Per colpa mia” precisa oggi). E quindi lo abbandona. Ma lui non è uno che accetta facilmente le sconfitte, soprattutto per un’idea della quale si sta convincendo.

“Avevo capito una cosa fondamentale: quello era il futuro, era un treno da prendere il prima possibile.” E così Paolo ci riprova. E finisce per non separarsene più. “Mi ha dato una flessibilità che prima non avevo. Se voglio fare uno spuntino in giro ora posso. Non mi devo appartare per la puntura, prendo il mio telecomando e via. Questo tipo di libertà non ha prezzo.” Guardando indietro, dopo 40 anni di convivenza col diabete, c’è solo un consiglio che ritiene davvero importante dare a chi si affaccia oggi a questa vita. “La prima cosa che ti diranno è che è una malattia. Non ci credere, non è vero. È una condizione: le tue isole di Langerhans hanno fatto le bizze, ora tocca a te fare il loro lavoro. Ma non credere che la tua vita sarà diversa: sarai più forte, migliore sotto tanti punti di vista. Potrai vivere una vita tranquilla senza privarti di nulla. I problemi si affrontano e si risolvono.”


Hai trovato quello che cercavi?

Se No, vuoi lasciarci un tuo commento?