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Resta in target!

Vivere meglio giorno dopo giorno, sentirsi più liberi prevenire le complicanze. La professoressa Concetta Irace spiega l’importanza del restare in target. “Immaginate la libertà di non dover temere la patologia. Bello, vero?”

Gestione e terapia e diabete


20 ottobre 2017

Scarica magazine n° 47

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Resta in target!

concetta_irace.pngConcetta Irace

Professore Associato di Scienza e Tecnica Applicate alla Medicina presso l’Università Magna Grecia di Catanzaro.

Oltre all’attività di insegnamento, dirige l’Unità Operativa di Malattie del Metabolismo dell’Ospedale Mater Domini di Catanzaro, nella quale si occupa quotidianamente di diabete.


La virtù sta nel mezzo” diceva Aristotele. E fi n qui tutto semplice: il difficile sta nell’individuare questo “mezzo” e nell’impegnarsi a mantenerlo. E questo è più che mai vero nella terapia del diabete che, per alcuni aspetti, va ritagliata su misura, come un abito sartoriale. E il modo migliore per farlo è la collaborazione tra medico e paziente.

La terapia, infatti, non è un viaggio nel quale il medico guida un treno di cui il paziente è passeggero: dovrebbero essere più dei compagni di viaggio. Ogni paziente ha le sue unicità, quindi anche gli obiettivi da raggiungere sono diversi e vanno individuati insieme. Tra questi, quello più importante è il target glicemico, cioè un range di valori della glicemia ottimali per il paziente, al di sotto e al di sopra del quale è bene non andare. Il concetto può sembrare banale, ma una vita “in target” ha moltissimi vantaggi che spesso vengono sottovalutati.

Vivere meglio…

Banale, non scontato: senza ipoglicemie si vive meglio. Ogni ipoglicemia può presentare segni e sintomi diversi, sia fisici che umorali, come ansia, nervosismo o perdita di coscienza. Ma riflettiamo su cosa significa. Avere una glicemia stabile e corretta signifi ca, quindi, non dover più temere quei sintomi che possono rendere difficili le nostre attività.

Quanti pazienti ho conosciuto che per paura delle ipoglicemie non uscivano la sera con gli amici, o addirittura non andavano al lavoro! O che dicevano addio per sempre a dolci e cibi troppo pesanti.

… più a lungo…

Ma allarghiamo il punto di vista. Rimaniamo “in target” una giornata e siamo più felici e senza timori, godendoci la vita. E se ci restassimo una settimana? Un mese? Un anno? Gli studi dimostrano che, un paziente diabetico che riesce a controllare la propria glicemia, ha molte meno probabilità di sviluppare complicanze legate a livelli glicemici troppo alti o bassi. E una complicanza significa nuovi sintomi, nuovi farmaci per tenerli sotto controllo… e nuovi problemi.

… ma senza ansie!

Non si deve però pensare al target come a una regola infrangibile, un giuramento indissolubile del paziente. Anzi, occorre fare chiarezza. Innanzitutto il paziente deve ricordarsi che è diabetico: non potrà mai pretendere di avere gli stessi valori glicemici medi di una persona non diabetica.

Secondo: non potrà mai essere in target 24 ore al giorno, 7 giorni su 7. È normalissimo avere dei cali o dei picchi che vadano fuori range, soprattutto di notte, non è un problema.

Basta ricordare questo: per avere questi vantaggi occorre passare almeno il 50% della giornata in target. È chiaro che il monitoraggio della glicemia è uno strumento fondamentale per riuscire a rimanere nei valori corretti. Per fortuna la tecnologia ha fatto passi da gigante nel settore, e oggi i pazienti possono contare su dispositivi in grado di aiutarli in questo percorso.

Quindi, ricapitolando: condurre una vita il più possibile “in target” significa per il paziente avere un miglioramento nella qualità della vita di tutti i giorni… e anche sul lungo periodo. Insomma, stavolta non dobbiamo scegliere tra l’uovo oggi e la gallina domani: possiamo avere sia l’uno che l’altro.

Buon sangue non mente

Restare in target diminuisce di molto il rischio di insorgenza di numerose complicanze associate al diabete. Queste si dividono in due categorie: microangiopatiche e macroangiopatiche, a seconda che coinvolgano i vasi sanguigni più piccoli (come i capillari) o più grandi (le arterie). Le prime sono più comuni nel diabete di tipo 1, mentre le altre lo sono in quello di tipo 2.

 

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