Sinergie perfette per una vita straordinariamente normale

La soluzione non è l’innovazione, ma la personalizzazione.
Il diabete porta con sé grandissimi cambiamenti: la persona che affronta questa diagnosi si trova a dover cambiare la sua quotidianità a 360 gradi.

Sinergie perfette per una vita straordinariamente normale

Il diabete porta con sé grandissimi cambiamenti: la persona che affronta questa diagnosi si trova a dover cambiare la sua quotidianità a 360 gradi. Innanzitutto, cambia la percezione che la persona ha di se stessa, perché tutt’a un tratto, anche senza presenza di sintomi o problematiche fisiche, si passa dal percepirsi come “normale” al sentirsi “un paziente”. Un passaggio che, inevitabilmente, può impattare molto sull’autostima della persona: ci si sente schiavi, si ha paura che tutto crolli. È dunque fondamentale capire quali sono le abitudini di quella persona, che cosa la fa stare bene, e aiutarla poi a mantenere vivi i propri hobby, le proprie fonti di energia e i piaceri personali: è questo l’ingrediente principale per ottenere sia una buona tenuta psicologica, sia un buon coinvolgimento del paziente nella gestione del diabete. Per arrivare a questo risultato, è necessario che si crei una sinergia tra il diabetologo, il team di cura, ed eventualmente anche un esperto in grado di dare consigli sull’alimentazione.


La tecnologia oggi ci può aiutare a raggiungere questi obiettivi. Tuttavia le ricerche dimostrano che non è tanto la novità tecnologica in sé, a migliorare la capacità della persona di gestire la propria patologia, quanto piuttosto la possibilità di trovare la giusta tecnologia da associare a uno specifico bisogno. E dunque, non è l’innovazione in senso assoluto la soluzione per aiutare le persone affette da diabete, ma la personalizzazione, in termini di comprensione, dello spazio psicologico necessario per accettare una novità tecnologica. Ad esempio, per le persone più mature il fatto di dover imparare a usare un dispositivo può essere vissuto come un’incombenza faticosa e ansiogena. Le tecnologie ci possono aiutare e facilitare la vita, e spesso è così, ma solo quando è il paziente in prima persona a sentirsi pronto a provarle e a riconoscere di averne bisogno.


Guendalina Graffigna
Professore Associato presso la Facoltà di Psicologia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Insegna “Metodologia Della Ricerca Qualitativa” e “Psicologia per il Marketing Sociale”, ed è membro del Coordinamento del Dottorato di Ricerca in Psicologia. Dal 2016 è Direttore Scientifico di COPE (Consortium for Patient Engagement). Le sue attività scientifiche e di ricerca sono principalmente dedicate al coinvolgimento del paziente nella salute e nel benessere, e nell’innovazione del sistema sanitario.


Il tema principale è la normalità: più si riesce a percepire la normalità, nella propria vita e nel proprio modo di assumere la terapia, più l’assunzione di protagonismo e di autostima diventa semplice. Il peso della gestione della cura si rivela spesso un fardello aggiuntivo a quello della diagnosi; di conseguenza, diminuendo la fatica dovuta alla terapia si lasciano energie disponibili per il coinvolgimento attivo della persona, che diventa coautrice del suo percorso sanitario. Il paziente deve dare la propria dose di responsabilità e di contributo al sistema: questo, nel caso della patologia cronica, significa imparare a seguire le prescrizioni terapeutiche e quelle sullo stile di vita, imparare a chiedere aiuto e a esprimere i propri desideri, perché questi sono gli strumenti per personalizzare al meglio la terapia.


La personalizzazione della cura parte innanzitutto da una analisi anamnestica e genetica delle caratteristiche della persona, ma passa anche attraverso un’analisi approfondita di quelle che sono le aspettative e le paure di chi riceve la diagnosi e la terapia. Questo aspetto è fondamentale, e solo attraverso un approccio totalizzante, che prenda in considerazione tanto l’aspetto clinico quanto quello umano, si può migliorare la qualità della vita di tutte le persone che ogni giorno si trovano a fronteggiare questa condizione.


Diventa, dunque, essenziale che medici e operatori ricordino sempre che dietro a una diagnosi, anche complessa, c’è una persona, con il suo bagaglio di interpretazioni, significati, emozioni e vissuti che è ancora più complesso.

Non si può prescindere dalla comprensione di questo mondo nascosto, se si vuole riuscire a sintonizzarsi con la soggettività del paziente e aiutarlo a essere motivato ed energico nel continuare a lottare.


	                
	                
	                

    

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