Tutti i miei sbalzi

LA NUOVA RUBRICA DI ELISA URSO

Gestione e terapia e diabete



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Tutti i miei sbalzi

La prima volta che ho parlato di questo titolo a un mio caro amico lui mi ha detto: “Fantastico! Chi è che non ha sbalzi?”

Nessuno credo. Ma ciò che più mi ha convinta di questa frase è il fatto che, per noi diabetici, ha un significato decisamente letterale. Ho pensato a come il diabete ci abbia rivoluzionato la vita, l’amore, la scuola, il lavoro e pure il vocabolario!
Mi piace immaginare titoli di canzoni o di romanzi epici trasposti nel mondo del diabete. Via col micro, Piccole ipoglicemie tra amici, oppure Per chi suona il micro?… che nel mio caso è molto calzante. Io sono Elisa Urso, classe 1984, diabetica di tipo 1 dal 1997 e tante altre cose, tra cui spicca Amelia, mia figlia di 3 anni, anche lei diabetica tipo 1 dall’età di 20 mesi e, rullo di tamburi, celiaca!
Quando una persona scopre di avere il diabete, in gergo si dice “esordio di diabete”… quello di mia figlia è stato un esordio col botto. Avevo immaginato altri tipi di “esordi” per lei… la danza, la pallavolo, il primo saggio di ginnastica ritmica ma, anche in questo caso, il linguaggio ci ha traditi.


Ho sempre pensato che il diabete in così tenera età fosse un vero e proprio delirio da gestire, e nemmeno per un istante avevo mai provato a immedesimarmi nei genitori. Oggi indosso i loro panni.


Il mio diabete è arrivato quando avevo 12 anni, preadolescenza e un bel tappo sulle emozioni, ma la gestione delle iniezioni e misurazioni era completamente a mio carico: avevo coscienza del mio corpo e dei sintomi dell’ipoglicemia e non volevo che mia madre, che allora consideravo fragile, mi facesse le iniezioni con la sua mano tremante dalla paura e dal timore di sbagliare.
Ho aperto il mio vaso sul diabete dopo l’adolescenza, dopo che qualche guaio l’avevo combinato, ma in tempo per porvi rimedio. Sono cresciuta, ho imparato a prendermi cura di me e ad essere sempre più fiera; perché se dal punto di vista umano ho molte pecche, dal punto di vista della malattia non ho nulla di cui vergognarmi.
Anzi, col tempo, ho sviluppato una forma di esibizionismo che ha fatto del mio diabete, dei miei accessori tecnologici e dei miei allarmi una sorta di “bandiera”. Questo, nonostante sia impossibile negare quanto sia pesante il carico di una malattia “per sempre”, che non è di certo un diamante, ma tanto meno una vergogna, e questo è proporzionale a quanto ne parliamo, a quanto il resto del mondo conosce noi e il diabete.
Quando facevo l’università, seguivo un corso di teatro e un giorno, un mio compagno mi chiese del mio diabete. “Ganzo!”, pensai con la tipica espressione toscana, era pure belloccio! Era uno di quei ragazzi con cui avrei potuto sfoggiare il mio fascino da “bella e dannata” perché malata e in credito con la vita.
E invece no. Lui mi disse: “Ma tu fai periodicamente delle flebo per il tuo diabete?”. Immediatamente mi caddero le braccia. Non credevo a ciò che avevo sentito. Lo ringraziai dell’orribile cena e mi avviai come una furia verso casa.
Adesso, a distanza di tempo, penso che mi sarei potuta fermare e spiegare qualcosa del diabete al povero attore belloccio. Che avrei potuto dedicargli del tempo per raccontargli qualcosa che lui, giustamente, non conosceva perché magari non si era mai trovato di fronte a una persona con il diabete.


È proprio per cercare di ampliare le conoscenze delle persone che, quando si è ammalata Amelia, ho creato il mio blog: Poteva andare peggio.


Una frase che ha attraversato tutta la mia vita. Quando è stato il turno di Amelia, ed io ero questa volta dalla parte del genitore, queste parole mi facevano letteralmente impazzire e infuriare.
Così ho deciso di prendere il peggio e farlo diventare il meglio: le peggiori frasi, le peggiori situazioni dovevano essere raccontate, ridicolizzate e trasformate in qualcosa di positivo. Ho dalla mia, mio malgrado, una certa esperienza sulle varie fasi della vita con questa patologia e da quando sono diventata mamma di una bimba diabetica, ho questo doppio punto di vista che mi aiuta e allo stesso tempo mi distrugge.
Ma vado avanti, per Amelia, per i bimbi come lei, per le ragazze come lo ero io a 20 anni, che hanno problemi con i fidanzati o con le amiche, che si nascondono. Sono come la donna incinta che sa che dovrà affrontare una gravidanza complicata mentre tutti le accarezzano la pancia pensando sia tutto facile.
Sono la ragazza che al lavoro viene guardata male per le pause a bere succo di frutta, o quella che viene capita e supportata con affetto. Sono una moglie, sono una sorella, sono un’amica. Sono sempre una persona indipendentemente dalla concentrazione di zucchero nel sangue!


E voglio ridere, crescere e parlare del diabete a tutti e con tutti. Io ho iniziato a farlo scrivendo. Mi ha fatto bene al cuore. E’ stato terapeutico.


Se, come me, avete sbalzi di ogni sorta, scrivetelo con le vostre parole. Mi farà piacere leggerle e pubblicarle. Per aiutare altre persone come noi a pensare la malattia in maniera diversa, da un’altra prospettiva e, a chi il diabete lo conosce solo di nome, ad imparare.


Raccontaci la tua storia...

Ci sono storie che fanno piangere e altre che fanno sorridere, storie per svagarsi, per pensare, per ricordare. Storie di chi non si arrende.
Raccontaci la tua storia: la pubblicheremo su “Modus” o Modusonline, Elisa la leggerà e la commenterà per aiutare i nostri lettori a pensare alla malattia in maniera diversa. Invia una mail a:

testimonianze@modusonline.it o scrivi all’indirizzo:

Roche Diabetes Care - C.A. Redazione Modus
Viale G.B. Stucchi, 110. 20900 Monza (Mb)


					                
				
					
				
				
					
				
				
					
					
					
					
					
					
					
					                
					                
				
				

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