Vero o falso?

QUANDO È IMPORTANTE FARE CHIAREZZA SULLE NOTIZIE CHE APPAIONO SU INTERNET E NON SOLO: LA COSIDDETTA “DIETA PALEOLITICA”

Tecnologia e diabete



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Vero o falso?

Si parla oggi sempre più spesso di fake news, termine che indica false notizie messe in giro ad arte e ingigantite dai social per indurre la gente a credere quello che si vuole. Ormai le fake news si diffondono a macchia d’olio e a tempo di record attraverso le condivisioni su internet ed è davvero difficile evitarle e, talvolta, anche identificarle. Spesso riguardano anche la scienza e la medicina, con conseguenze a volte pericolose.
Abbiamo chiesto al professor Fabio Broglio, docente di Endocrinologia presso l’Università di Torino, di spiegarci perché la diffusione di notizie false è così pericolosa per chi vi si imbatte: “La diffusione di fake news è potenzialmente molto dannosa per diverse motivazioni: spesso ciò che circola non è supportato da abbastanza dati che ne dimostrino la veridicità, o è figlio di una moda o di una diceria e quindi privo di ogni fondamento scientifico.
In altre circostanze, invece, si tratta di notizie non completamente false ma nemmeno applicabili: questo si verifica per esempio nel caso di studi clinici fatti sugli animali, che ovviamente lasciano sperare determinate possibilità di trasferimento anche nell’uomo, ma che, essendo molto preliminari, non sono ancora verificati”.


Le società scientifiche devono essere più coinvolte nell'educazione del pubblico.


In questi mesi è circolata una notizia in cui si promette di guarire il diabete con la cosiddetta “dieta paleolitica”. Questa dieta prevede la totale rinuncia ai carboidrati e consentirebbe di eliminare l’insulina. Abbiamo chiesto all’esperto di chiarire con noi alcuni punti, per mettere fine a questa falsa notizia che sta circolando sul web e non solo. La prima cosa da sottolineare è che, dietro alle fake news, si annida il preconcetto che le persone con diabete siano tutte uguali e che, quindi, a tutte possa essere suggerito lo stesso schema alimentare.
“In realtà” spiega il professor Broglio “ci sono differenze abissali a seconda di chi ha un diabete di tipo 1 o di tipo 2; ma anche all’interno dello stesso tipo di diabete, ci sono altri parametri: per esempio a seconda della fase della vita in cui è il paziente, se è un ragazzino, se è una persona obesa o una che fa sport: gli schemi alimentari vanno personalizzati.”
Nel caso del diabete di tipo 1, è assolutamente impossibile poter rinunciare all’insulina perché, come ci spiega il professor Broglio: “La causa principe di questa patologia è che il pancreas della persona affetta non ne produce a sufficienza: l’insulina è, a tutti gli effetti, un elemento essenziale per la sopravvivenza, un vero e proprio salvavita che non può essere sostituito con nessuno schema alimentare. Incluso quello che elimina i carboidrati”.
Per quanto riguarda il diabete di tipo 2, invece, in cui molto spesso non c’è un deficit di insulina, ma in cui la causa principale della malattia è la cosiddetta resistenza insulinica, “È chiaro che modulare qualità e quantità dei carboidrati fa sì che ci sia una minore necessità di insulina, ciò comporta anche un dimagrimento e, con esso, si ha anche un miglioramento dell’andamento del diabete”. A oggi sono stati svolti diversi studi su alcuni tipi di dieta, ma non ci sono dati a sufficienza per verificare che esse comportino dei vantaggi significativi rispetto a quella che è la normale dieta mediterranea.


“Sicuramente” sottolinea Fabio Broglio “nessuna di queste diete, a maggior ragione se estreme come quella paleolitica, può essere considerata curativa né tanto meno sostitutiva di una terapia.”


“Eliminare del tutto le fake news è un processo difficile e graduale, nel quale occorrerebbe una stretta sorveglianza da parte di terze parti incaricate dai governi.
Ma qualcosa si può fare: le comunità scientifiche devono impegnarsi a riempire il vuoto comunicativo con informazioni chiare e di qualità destinate al grande pubblico, in questo modo ci sarebbe meno spazio per le notizie false” suggerisce il professor Broglio. Accanto all’aggiornamento tecnico e scientifico, le società scientifiche dovrebbero essere più coinvolte nell’informazione e nell’educazione del pubblico, anche sfruttando i social media.


					                
				
					
				
				
					
				
				
					
					
					
					
					
					
					
					                
					                
				
				

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