Pochi giorni fa ho incontrato una ragazza di 25 anni che non sapeva nulla del diabete. Mai visto microinfusore, sensori, nulla. Beata lei! Mi è subito scattato un meccanismo che definirei di “discriminazione inversa”. “Ma veramente? Ma veramente non hai mai conosciuto nessuno col diabete? Ma dove vivi?” Non riuscivo a crederci!

Voglio dire, ormai siamo ovunque! Ben visibili, purtroppo tanti, e, possibilmente, non ci nascondiamo più come un tempo. Come quando un compagno di scuola mi disse all’orecchio che anche un altro ragazzo aveva il diabete nel nostro istituto. Ma non dovevo dirlo a nessuno! Perché altrimenti si sarebbe imbarazzato!

Insomma, ho passato un paio di giorni con questa ragazza per motivi di lavoro e, dopo avermi chiesto di tutto, quasi quasi riusciva a farmi lei la dose di insulina quando mi serviva.

In questi anni, mi sono interrogata tanto sui motivi per cui i meccanismi del diabete non emergono e non diventano conosciuti come per le altre patologie.

La risposta che mi sono data è che, forse, un po’ di responsabilità c’è l’abbiamo anche noi diabetici.

Io e il mio vecchio compagno di scuola. Che non ci riconoscevamo nemmeno tra noi. Che non spiegavamo nulla agli altri. Che lottavamo per non sentirci diversi.

Ora ho capito che la diversità non è mica un problema. E condividere la propria condizione con orgoglio e dignità appiana le diffidenze e rende più facile l’incontro con chi, come la ragazza di 25 anni, non sa nulla ma, dopo due giorni, può capire quasi tutto.

Dovremmo lavorare per noi stessi ma anche per gli altri affinché il diabete non risulti qualcosa di particolarmente strano e diverso, No!?

Voi cosa ne pensate?

Dai scrivetemi la vostra storia.

Ogni venerdì vi racconterò la mia!

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