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Diabete e digitalizzazione – il punto di vista di giovani medici diabetologici

Sono molte le opportunità per medici e pazienti derivanti dall’enorme disponibilità dei dati, tuttavia il dato va collezionato correttamente

A. Boaretto - Founder & CEO Personalive

GIDM e diabete


09 dicembre 2019

Diabete e digitalizzazione – il punto di vista di giovani medici diabetologici

È necessario promuovere il coinvolgimento attivo del paziente nel raccogliere misure affidabili

Il lavoro del medico promette di diventare più stimolante nella definizione delle strategie terapeutiche e arricchente dal punto di vista dello scambio umano

La digitalizzazione sta pervasivamente modificando il mondo in cui viviamo, e il settore Healthcare non è immune dalla sua potente influenza.

Cosa ci riserva il futuro?

Lo abbiamo chiesto a due giovani medici del Board scientifico del GIDM, la Dott.ssa Chiara Molinari e la Dott.ssa Elisa Cipponeri: qui riportiamo una sintesi ragionata dell’ottima chiacchierata svolta.

Per quanto riguarda i medici, i vantaggi più significativi sono in termini di diagnosi e inquadramento più precisi, e di possibilità di tenere traccia dell’evoluzione temporale dei dati.

Per il paziente cronico, invece, sicuramente rilevante è la disponibilità del dato nel quotidiano, che può essere visionato assieme al medico in un secondo momento, o scambiato da remoto. Lo stesso concetto di remoto può essere esteso anche a servizi clinici quali consulti, diagnosi e visite, grazie alla telemedicina.

Anche la società nel suo complesso beneficerebbe dall’utilizzo sistematico di queste tecnologie, che porterebbe a un maggior numero di pazienti in migliori condizioni di salute, con una conseguente ricaduta positiva sulla spesa sanitaria.

Il valore del dato nella “real life” è quindi legato a una questione d’individualizzazione e precisione, e al fatto che il paziente si senta più accudito, potendo scambiare e condividere dati con il medico con continuità.

Il dato, però, va collezionato correttamente: l’affidabilità della misura può essere compromessa da caratteristiche intrinseche del device, oppure causato da imprecisioni commesse dai pazienti stessi, che vanno quindi educati adeguatamente.

Alla luce di queste innovazioni tecnologiche, per quanto non tutta la classe medica lo abbia compreso, il lavoro del medico promette di diventare sicuramente più stimolante.

Tuttavia la proliferazione di tecnologie porta con sé anche criticità non trascurabili, quali la formazione dei professionisti sanitari e la codificazione di regole, affinché vengano riconosciute e retribuite le attività di lettura dei dati e di telemedicina.

Perché questo cambiamento tecnologico venga percepito come un vero e proprio salto di paradigma nella professione del medico, o visto come una naturale evoluzione che riguarda anche molti altri ambiti della quotidianità, appare comunque necessario prendere in mano le redini di questo fenomeno.

La digitalizzazione sta pervasivamente modificando il mondo in cui viviamo.

Il settore Healthcare non è immune dalla sua potente influenza, e da qualche anno si sta attrezzando sempre di più per sfruttare le opportunità offerte dalle nuove tecnologie a disposizione di medico e paziente.

Facciamo qualche riflessione focalizzandoci sulle patologie croniche, con particolare attenzione al diabete: cosa ci riserva il futuro?

Lo abbiamo chiesto a due giovani medici del Board scientifico del GIDM, la Dott.ssa Chiara Molinari (U.O. Medicina Generale a Indirizzo Diabetologico ed Endocrino-Metabolico, Ospedale San Raffaele, Milano) e la Dott.ssa Elisa Cipponeri (IRCCS Multimedica, Milano): qui riportiamo una sintesi ragionata dell’ottima chiacchierata svolta, evidenziando non solo aspetti di letteratura scientifica e visioni personali, ma soprattutto elementi di vita vissuta.

D: Per prima cosa parliamo di tecnologia. Un insight che abbiamo colto dagli ultimi lavori è che i pazienti sono potenzialmente pronti ad abbracciare innovazioni digitali per la cura di patologie croniche anche grazie all’uso quotidiano dello Smartphone, di App e di wearable device.

È in corso, quindi, una grande proliferazione di queste tecnologie, che porta e porterà a un’enorme disponibilità di dati. Quali opportunità concrete per medici e pazienti per gestire i dati prodotti?

Per quanto riguarda i medici, i vantaggi più significativi sono in termini di diagnosi e inquadramento più precisi, grazie all’ampliamento della quantità e della tipologia di dati – di tipo clinico, come glicemia e pressione arteriosa, ma anche relativi allo stile di vita.

Inoltre, la possibilità di tenere traccia dell’evoluzione temporale dei dati permette al medico di confrontare gli andamenti dei diversi pazienti e le relative strategie terapeutiche, così che la strategia adottata possa essere validata o corretta.

Qualora esistente, tutti i dati provenienti dai diversi canali possono essere fatti confluire nella cartella clinica elettronica per avere una visione complessiva e condivisa del paziente.

Per il paziente cronico, invece, sicuramente rilevante è la disponibilità del dato nel quotidiano, con riferimento sia ai parametri automaticamente rilevati dalle tecnologie sia alla possibilità di registrare e tenere traccia delle diverse attività compiute, come può essere banalmente l’assunzione della terapia.

Queste informazioni possono essere visionate assieme al medico in un secondo momento, o scambiate da remoto, senza quindi la necessità di recarsi fisicamente nella struttura dove si trova il medico.

Non solo scambio d’informazioni: lo stesso concetto di remoto può essere esteso anche a servizi clinici quali consulti, diagnosi e visite grazie alla telemedicina.

Infine, una frontiera anche in ambito diabetologico può derivare da dispositivi appositamente studiati per rimanere nascosti, come ad esempio i cosiddetti “ingestible devices”, ovvero farmaci con sensori che rilevano l’effettiva assunzione e quindi impattano sull’aderenza. In particolare tali device “nascosti” impattano sulla riduzione della sensazione di stigma percepita dai pazienti, aumentandone l’adesione e la soddisfazione al trattamento, così come il compenso metabolico e la qualità di vita.

Anche la società nel suo complesso beneficerebbe dall’utilizzo sistematico di queste tecnologie, che porterebbe a un maggior numero di pazienti in migliori condizioni di salute e più aderenti a cure, grazie a effetti combinati del miglioramento dello stile di vita e la somministrazione di farmaci, con una conseguente ricaduta positiva sulla spesa sanitaria, farmacologica e ambulatoriale.

D: Quale è dunque il valore del dato nella “real life”?

Prima di tutto entra in gioco una questione di individualizzazione e precisione grazie a una disponibilità maggiore e diversificata di dati all’insegna di una migliore gestione della malattia cronica. Inoltre, il paziente si sente più accudito, potendo scambiare e condividere dati con il medico con continuità.

Il dato, però, va collezionato correttamente: l’affidabilità della misura può essere compromessa da caratteristiche intrinseche del device o dell’App, qualora non siano validati come dispositivi medici, oppure causato da imprecisioni commesse dai pazienti stessi. In ambito Diabete, si pensi ad esempio al conteggio dei carboidrati, su cui si basa la valutazione del dosaggio insulinico per il compenso dell’aumento glicemico dopo il pasto, tramite App di dietometri. Esse agevolano sicuramente l’esecuzione di un’operazione giornaliera non banale, ma una misura sbagliata può costantemente mettere a rischio il paziente di complicazioni quali ipoglicemie e iperglicemie e vanificare il lavoro del medico nella supervisione del paziente.

D: In questo senso, quali sono le iniziative possibili per promuovere il coinvolgimento attivo del paziente?

Il paziente va educato correttamente all’uso della tecnologia, sia nei casi in cui la tecnologia gli è direttamente accessibile, sia quando l’intervento del medico è richiesto per maneggiare dati clinici, come nel caso dei sensori glicemici.

Una strategia può essere quella di segnalare gli errori al paziente con costanza, di modo che impari a gestire meglio la patologia da solo e a rivolgersi in maniera intelligente al medico, “empowerizzandosi” di conseguenza.

Inoltre, sarebbe buona pratica stabilire momenti educativi, individuali e di gruppo – questi ultimi volti a stimolare l’aiuto reciproco e la condivisione di esperienze, facendo leva sull’emotività di pazienti accomunati dalla convivenza con la cronicità. In questo ambito le associazioni pazienti possono giocare un ruolo chiave nell’aggregare i pazienti, ma la presenza del personale medico è fondamentale a fini educativi.

D: Parlando di coinvolgimento, abbiamo avuto modo di riflettere anche sulla grande diffusione di chatbot e alter ego virtuali (i.e. avatar). Quanto e perché è importante avere un dialogo conversazionale con la propria App per il controllo del diabete?

Il fatto di avere un interlocutore che possa spronare il paziente ad avere uno stile di vita sano e attivo durante la giornata rappresenta sicuramente uno stimolo, senza contare che rendendo la comunicazione colloquiale piuttosto che visiva si possono aiutare quei pazienti debilitati dalla malattia cronica in determinate aspetti – come la capacità di vedere bene.

Inoltre, diversi studi hanno dimostrato come proporre un avatar in cui paziente si possa identificare aumenti l’adesione alla tecnologia, l’immedesimazione e la motivazione. Questo funziona soprattutto per i bambini, i quali tendono a vedere l’avatar come un amico, una presenza costante e familiare piuttosto che un maggiordomo a cui dare ordini per eseguire attività, come capita invece negli adulti.

L’umanificazione riguarda talvolta i dispositivi stessi: infatti, ci sono casi di pazienti che danno il nome di un essere umano alla tecnologia per la gestione del diabete (come le App), rendendola quindi una compagna di viaggio e quasi un familiare.

D: In seguito a tutte queste considerazioni, non può che sorgere spontaneo chiedersi come si modifica il lavoro del medico alla luce di queste innovazioni tecnologiche. E, soprattutto, siamo pronti per questo cambiamento tecnologico?

Per quanto non tutta la classe medica lo abbia compreso, il lavoro del medico promette di diventare sicuramente più stimolante – per la grande quantità e varietà di informazioni a disposizione, che gli consentono di approfondire diagnosi e inquadramenti e di diversificare gli approcci terapeutici, ma anche per la parte di scambio umano dovuto all’educazione del paziente.

Tuttavia, la proliferazione di tecnologie necessita la codificazione di regole condivise e valide a livello nazionale, affinché vengano riconosciute e retribuite le attività di lettura dei dati e di telemedicina, e la preparazione tecnologica dei medici e dei professionisti sanitari – sia nell’utilizzare la tecnologia, che nel leggere i dati.

In questo senso, le società scientifiche e le aziende si stanno preoccupando già da anni della formazione in questo ambito, seppure essa rappresenti ancora una sfida a causa dell’incessante avanzamento dell’innovazione tecnologica. In ogni caso, i percorsi di formazione dovrebbero essere studiati per:

a) garantire una preparazione tecnologica di base, e

b) dare la possibilità di approfondire a chi più predisposto e interessato.

Che questo cambiamento tecnologico venga percepito come un vero e proprio salto di paradigma nella professione del medico, o visto come una naturale evoluzione che riguarda anche molti altri ambiti della quotidianità, appare comunque necessario prendere in mano le redini di questo fenomeno.


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